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XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Is 35,4-7/Gc 2,1-5/Mc 7,31-37

Balbuzie


 

Essere sordi, nella Bibbia, significa non accogliere il messaggio di salvezza di Dio. È Israele, di solito, a manifestare sordità, come ci ricorda la prima lettura di Isaia.

Anche noi, travolti dalle mille cose da fare, attorniati da rumori, da chiacchiere, da opinioni, storditi e diffidenti, impauriti e stressati dopo un anno e mezzo di pandemia, fatichiamo ad ascoltare il desiderio profondo di senso che portiamo nel cuore, fatichiamo a sollevare lo sguardo, fatichiamo a cercare Dio.

Siamo sordi, verso Dio, verso i fratelli, verso noi stessi, incapaci di ascoltare la nostra anima. Non sappiamo più comunicare, usando parole pesanti, urlando, insultando.

Proprio come il protagonista del vangelo di oggi definito, nel greco particolare di Marco, un sordo/balbuziente, che non riesce a farsi capire, che stenta a relazionarsi, destinato ad una chiusura al mondo esterno. Immagine dell’uomo contemporaneo, solo e narcisista, smarrito e alla ricerca di una qualche visibilità, tutto incentrato nella propria (improbabile e sempre più inaccessibile) realizzazione. L’insoddisfazione è la caratteristica principale dell’uomo post-moderno.

E la nostra. La mia. Non riusciamo ad ascoltare, non riusciamo più a farci ascoltare.

 

Fuori dal recinto

Al tempo di Gesù, si credeva che la santità fosse inversamente proporzionale alla distanza da Gerusalemme. La Giudea poteva ancora salvarsi, ma la Galilea e la Decapoli, oltre la Samaria, zone di confine, abitate da popolazioni miste, erano decisamente perdute. La scena è ambientata in una delle Decapoli, le dieci città a maggioranza pagana che Roma aveva voluto autonome dall’amministrazione ebrea, nella cinica politica del dividi et impera. I pii israeliti, per scendere a Gerusalemme, passavano oltre il Giordano, sulla strada che attraversava i territori pagani, ma senza mai entrare nelle città considerate perse per non contaminarsi.

Gesù, invece, inizia la sua predicazione proprio da lì, dalle tribù di Zabulon e Neftali, le prime a cadere sotto gli Assiri, seicento anni prima della sua venuta. Perché egli è venuto per i malati, non per giusti.

Non fugge gli impuri e li condanna, come fanno i farisei. Li salva. La guarigione del Vangelo di oggi, fa esclamare alla folla: ha fatto bene ogni cosa, ha fatto vedere i ciechi, ha fatto udire i sordi! Solo chi non si aspetta la salvezza sa gioire così tanto quando si scopre salvato! Solo chi vive del giudizio altrui e della condanna, sa cosa significa scoprirsi improvvisamente accolto e amato. Solo chi è condannato a prescindere sa cosa significa essere amati per ciò che si è.

 

Guarigioni

È condotto da amici, il sordo/balbuziente. Sono sempre altri a condurci a Cristo, a parlarci di lui, a indicarcelo. La Chiesa, a volte incoerente e fragile, è la compagnia di coloro che conducono a Cristo. Dei feriti guariti. È questa la funzione della Chiesa, a questo “serve” la Chiesa: a rendere testimonianza al Maestro. Ma, lo sappiamo, ci vuole umiltà per farsi condurre. Il nostro mondo ha fatto dell’arroganza uno stile di vita: trovo molte persone che sanno tutto, che pontificano, che giudicano, specialmente nelle cose concernenti la fede, ma che non sanno davvero mettersi in discussione. Del vangelo sappiamo già tutto: ci siamo sorbiti quattro anni di catechesi, cosa c’è altro da imparare? Nulla, perché la fede è anzitutto incontro. E dopo l’incontro, l’amore spinge alla conoscenza.

Ma per incontrare occorre muoversi, uscire dalle proprie presunte certezze acquisite. Siamo sordi all’invito della Parola. Sordi a quanto il Signore vuole farci capire. Gesù porta il sordo/balbuziente in un luogo riservato. In mezzo al caos quotidiano e alla folla non riusciamo davvero ad ascoltare. La ricerca di fede avviene personalmente, cuore a cuore, in un atteggiamento reale di accoglienza. Dio ci parla ma, per accoglierlo, occorre zittirci. Lo allontana dal villaggio, lo porta in disparte.

Nel vangelo di Marco, spesso, la folla ha un ruolo ambiguo e negativo. Influenza il pensiero, irrigidisce, costringe. Pensiamo col pensiero degli altri. Perciò, per incontrare veramente Dio, abbiamo necessità di isolarci, di rientrare in noi stessi.

Di restare soli con l’Assoluto.

 

Gesti

Gesù compie dei gesti di guarigione: sospira, tocca la lingua del malato. Allora si pensava che la saliva contenesse il fiato, Gesù intende trasmettere il proprio spirito all’uomo, e vi riesce. La nostra vita di fede ha bisogno di segni, di concretezza, di sacramenti. La fede scoperta è vissuta e celebrata, fatta di gesti in cui riconosciamo l’opera del Signore per noi, per l’umanità. Ma, e accade, se siamo guariti è per annunciare agli altri la nostra guarigione profonda.

In Marco, però, Gesù impone il silenzio. Perché?

Gli esegeti pensano che, forse, Gesù non voleva essere scambiato per un guaritore qualunque, per un santone. La guarigione è sempre segno ed esplicitazione di qualcosa di profondo. Aggiungo io, che se dietro Marco c’è Pietro, allora forse ci vuole dire di non professare il messianismo di Gesù se prima non si è passati attraverso la croce. Abbiamo bisogno di cristiani guariti, di annunciatori di speranza, di credenti riconciliati. Credibili. Noi che abbiamo udito le meraviglie di Dio possiamo proclamare come la folla: ha fatto bene ogni cosa.

 

Sogno e son desto

È per questo che Isaia, il grande e tenero Isaia, spalanca gli occhi davanti a un popolo rassegnato, sfiancato da settant’anni di prigionia a Babilonia, ormai convinto che Dio non ci sia più, e sogna. Sogna un ritorno, una terra in cui la sofferenza non esiste più e l’abbondanza delle acque che riempie i cuori. Un sogno che è anche quello di Dio e che si avvererà per Israele con il ritorno a Gerusalemme e, per noi, con la venuta del Regno. Questa salvezza, questa buona notizia, questo gioioso annuncio, ammonisce Giacomo, deve essere visibile sin d’ora nelle nostre comunità.

Se l’asfalto del conformismo ha appiattito l’attenzione al povero e allo straniero, Giacomo ci richiama con forza alle nostre responsabilità di salvati.

La Chiesa, che è il popolo di chi è stato sanato dalle proprie ferite con l’olio della consolazione di Gesù, imita lo stesso gesto verso l’umanità fatta a pezzi e ferita dall’odio e dal peccato.

Noi siamo il volto di Dio per il fratello perduto. Lasciamoci toccare, lasciamoci guarire.

 

P. STEFANO TAMBURO, of

 

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

 

Ciò che conta è il cuore.

 

La parola di Dio è un invito a guarire il cuore, a metterlo in discusione per farlo crescere secondo la legge dell'amore. Gesù rimprovera coloro che hanno fatto della religione una realtà di apparenza, di superficialità, scollegando i comandamenti dalla vita interiore. Cercare di aggiustare la vita e risolvere la propria incompetenza attraverso solo l'osservanza delle norme per sentirsi apposto è il degrado profondo della religione. Si cerca di combattere il male solo esternamente con parole e gesti ma il cuore è allontanato da Dio, senza grazia e senza amore.

Le regole sono più facili della conversione, perché cambiare gli atteggiamenti esterni è molto più facile che cambiare l'interiorità. Vestirsi di un'estetica cristiana più che una realtà interiore, mette in pericolo la nostra vita Cristiana. Sono le cose che escono del cuore le più decisive. Le nostre decisioni sono frutto di una dinámica che ha radici dentro e non fuori.

E' il Signore Gesù che guarisce il nostro cuore.

 

P. JUAN CARLOS SILVA YACILA, FSA

 

 

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

 

Dove vuoi che andiamo?

Gs 24, 1-2.15-17.18/ Ef 5,21-32/ Gv 6,63-68

 

 

La tragedia è ormai consumata.

Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, il più eclatante, il più straordinario, segna paradossalmente l’inizio della fine di Gesù. Il lungo e complesso discorso che abbiamo ascoltato nell’ultimo mese giunge ormai alla fine; il giudizio su Gesù da parte della folla è cambiato: da grande predicatore e profeta, guaritore e operatore di prodigi capace di smuovere cinquemila famiglie ad ascoltarlo, Gesù viene preso per un visionario e un pazzo che indugia su discorsi incomprensibili e inaccettabili. La parabola di Gesù è discendente: fino a quando Dio ci obbedisce e ci esaudisce lo seguiamo, quando è esigente e chiede, lo abbandoniamo. Gli apostoli stessi, sgomenti, non sanno più che pensare del loro imprevedibile Rabbi. Sempre in attesa di un qualche salvatore della situazione, corriamo dietro al guru del momento sperando che risolva i problemi senza doverci affaticare troppo… Ma Gesù non ci sta. È diverso. Non accetta quel ruolo, non vuole assecondare le nostre pigrizie mentali…

 

Sangue

Gesù ha toccato il fondo: ha chiesto alla folla di saziarsi della sua carne, di dissetarsi al suo sangue. Cristo ha già in mente l’estremo dono, l’eucarestia. Chiede ai suoi di non seguirlo solo per le cose magnifiche che dice, né solamente per i prodigi. Ma di accogliere la sua carne, che nella Scrittura indica la fragilità, e il suo sangue cioè la sua essenza. Di nutrirci della sua presenza, di cristificarci, di accedere a Dio attraverso il suo sguardo. È troppo. Davvero. La folla è sgomenta e irritata: questo pazzo furioso sta loro chiedendo di diventare dei cannibali? Ma chi si crede di essere? È bastato un confronto duro per far crollare la fama del Nazareno. Parole che scarnificano, che mettono all’angolo, che impongono una scelta, come ha dovuto fare il popolo di Israele nell’assemblea di Sichem. Gesù è chiaro, diretto, inequivocabile. Ora si tratta di scegliere da che parte stare. Fino a quando Gesù sfama le folle è idolatrato, quando parla di Dio, è abbandonato. Fino a quando Dio risponde alle nostre esigenze e alle nostre richieste è grande, quando - a nostro avviso - ciò non avviene più, è rinnegato e rigettato. Dramma di un Dio che mendica la nostra adesione! Dramma inaudito di un Dio che si fa carne e compassione e che viene ignorato perché ci risulta più comprensibile un dio intangibile nella sua asettica e lontana divinità.

 

Crescere

Gesù non cede al gioco del politicamente corretto. Non annusa l’aria per proferire parole che blandiscono. Ha parlato con le parole di Dio. La folla le considera eccessive, abituata com’è a vivere di compromessi. Credenti sì, ma senza eccessi. Devoti, certo, ma senza esagerare. Ossessionati dal rimarcare le distanze, dal dirci cattolici sì, ma…, ossessionati dal non apparire fuori luogo, fuori moda, fuori tempo. No, non se l’aspettava questa reazione da parte della folla che ama con tenerezza. Forse pensava (ingenuo Dio!) di convertire i cuori con le parole e lo sguardo. Gesù, indurito, scosso, attonito, si rivolge agli apostoli. La domanda, inquietante e tagliente come una lama, è rivolta a ciascuno di noi: Volete andarvene anche voi? Non blandisce gli apostoli sgomenti, non recede dalle sue parole, non chiede appoggio o carezza o consolazione. Non elemosina consensi, nemmeno dai suoi amici più fedeli, con cui ha condiviso tanto. Ventunesima domenica durante l’anno Domenica 22 Agosto 2021 Dove vuoi che andiamo? Gs 24, 1-2.15-17.18/ Ef 5,21-32/ Gv 6,63-68 A Gesù sta più a cuore il Regno della compagnia, la verità dell’applauso. È libero. Sa, Gesù, quanto possa diventare ambiguo un rapporto spirituale, sa quanto possa tarpare le ali il discepolato, invece di far crescere il discepolo. Gesù non è un guru, è un vero Maestro. Libero. Sa che l’obiettivo di ogni discepolo è di crescere, non di appassire ai piedi del Maestro. Sa che ogni Maestro ha un solo desiderio: che il discepolo diventi autonomo. Che se ne vada, finalmente autonomo. Volete andarvene anche voi? È solo il Rabbi, non è stato così solo.

 

Vuoi andartene?

E tu che leggi, vuoi andartene? Ora che incontri le prime difficoltà vuoi lasciare tutto per tornare a chiuderti nel tuo piccolo mondo di tiepide certezze? Rinunci al sogno di Dio? Vuoi davvero lasciare questa fragile Chiesa che, ora più che mai, ha bisogno di discepoli fedeli, sofferenti ma fedeli, disposti a rimettere in moto l’annuncio del Vangelo che sta languendo con le nostre appassite comunità parrocchiali? Vuoi davvero metterti dalla parte di coloro che pensano che questo cristianesimo sia da abbandonare e metterti dalla parte degli illuminati che criticano senza mettersi in gioco? Fallo. Sei libero, straordinariamente, drammaticamente libero di credere. O di fuggire. Di spalancarti, o di chiuderti. L’amore di Dio ci lascia liberi, giunge a chiedere a noi, creature fragili e incostanti, di aderire liberamente al suo progetto.

 

Il grande

Pietro, il grande Pietro, risponde a nome di tutti. Poco convinto, forse, un po’ amareggiato, come gli altri undici, con tanti interrogativi sul fallimento di un brillante futuro Messianico, un po’ preoccupato del domani fattosi incerto, perplesso di questo Maestro troppo esigente, troppo grande, troppo tutto. La sua risposta è tagliente, ferma, assoluta. Come un vulcano che sfoga la sua forza, come un vento che abbatte i boschi, un pilastro che sostiene la nostra fragilità: Da chi andremo, Signore? Dove vuoi che andiamo, ormai, Signore? Dove trovare tanta serenità, tanta verità, tanto bene, tanta luce, tanto silenzio, dove, Dio santo, trovare qualcosa o qualcuno che ti sia pari? Dove, amico degli uomini, trovare compassione e futuro, dove respirare l’ebbrezza di Dio? Ci sconcerti, Maestro, ci sfidi, è difficile convertire il nostro cuore alla tua tenerezza e luce ma – Signore – ormai la nostra vita è segnata a fuoco. Tu ci hai sedotti. Dove vuoi che andiamo, Signore?

 

P.  Stefano Tamburo, ofm

 

 

DOMENICA DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

 

 

"Assumpta est Maria coelum"

 

È la Festa dell'Assunta, Festa della gioia, Festa del movimento creativo verso gli altri che ci ricorda che Maria, nella sua piccolezza ha conquistato il cielo per prima attraverso la via dell'umiltà, vissuta nella ferialità di ogni giorno, nel nascondimento, nell'ombra della quotidianità, senza grandi sucessi agli occhi umani ma guardata e custodita per lo sguardo dell'onnipotente.In questa festa corriamo con Santa Maria sulle orme del servizio e della carità...corriamo con gioia per cantare il nostro Magnificat di tutto quello che Dio ha fatto e farà nella nostra vita.

 

P.  JUAN CARLOS SILVA YACILA, FSA

 

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

1Re 19,4-8/ Ef 4,30-5,2/ Gv 6,41-51

Mangia

 

Mangia: è troppo lungo per te il cammino.

Lo sa bene Dio: è troppo lungo per noi il cammino della conversione, della libertà interiore, dell’imparare ad amare. La strada è faticosa e l’umore non aiuta. Elia si trascina nel deserto, vinto dalla paura per la reazione della vendicativa regina Gezabele nei suoi confronti. Alla fine cede, vuole morire, è svanita la sua determinazione, il suo zelo, la sua arroganza. No, non è migliore dei suoi padri, ma che si credeva? Ecco il profeta di cui ha bisogno Dio: non un improbabile eroico (e violento) condottiero, ma un viandante consapevole del suo aspro limite. Abbiamo bisogno di nutrimento, di pane, di amore, di senso, per andare avanti. Per non lasciarci sfinire dalla paura, dall’incertezza. È Cristo questo cibo. È lui che ci dona la forza. Il cammino siamo noi a doverlo compiere, ne siamo resi capaci. Ma non da soli.

 

 

L’unico

Gesù pretende di essere l’unico in grado di saziare la nostra fame del cuore, fame che non può essere saziata dal “fare” ma dal “credere” che egli è l’inviato dal Padre. E ci invita a smettere di cercare Dio per averne un tornaconto. Di smettere di ridurre la fede ad una serie di pratiche. E di orientare il nostro desiderio, la nostra sete verso la vera pienezza. E conclude: lui, Gesù, è l’unico a poter colmare i nostri cuori. La folla, che finora ha accolto la tirata d’orecchi, resta spiazzata, così come i suoi famigliari nella sinagoga di Nazareth. Gesù capace di riempire i nostri cuori? Il falegname di Nazareth? Il figlio del bravo Giuseppe? Lui manifestazione di un’umanità redenta e nuova? Ma li avete visti i cristiani? Ma dai… Quante volte il nostro cammino di verità interiore non inizia nemmeno, ostacolato dalle mille obiezioni che poniamo, piene di buon senso e ipocrisia. Come può essere credibile la Chiesa? Questa Chiesa? Come può pretendere, quell’uomo vissuto duemila anni fa, di essere la bussola che ci conduce a Dio? Sul serio?

 

Poi

La gente mormora, pone obiezioni, resta interdetta. Gesù chiede di non mormorare ma di mettersi in discussione. In questi cupi tempi di declino, di rabbia, di fango, tutti alzano la voce, si sentono autorizzati a condannare, urlare, insultare. Tutto è permesso, eccetto che guardarsi dentro. Succede così anche a me: tutte le volte che capita qualcosa che rischia di mettermi in discussione, cerco qualcuno che mi dia ragione, mormoro per confermare le mie obiezioni, esco rafforzato nella mia convinzione. Tutto, pur di non cambiare, di non ammettere di dovermi ancora convertire. Gesù ha ragione: evitiamo la mormorazione, fidiamoci una volta tanto, smettiamola di comportarci come bambini obiettando a Dio che ciò che chiede è difficile, rischioso, inatteso. Se Gesù ha ragione, questo è il punto, devo arrendermi all’evidenza: solo lui può colmare il mio cuore, solo lui e null’altro, e nient’altro, e nessun’altro, nessun’altra … Quindi è meglio che mi svegli e la smetta di raccogliere acqua in cisterne screpolate… Gesù dice che possiamo andare a lui solo se attirati dal Padre. È un’esperienza comune a molti: quando sentiamo esplodere in noi il desiderio di Assoluto e, dopo avere cercato l’origine di questo desiderio, ci apriamo alla meraviglia di Dio, ci rendiamo conto che è proprio lui, Dio, ad avere sedotto il nostro cuore, ad avere suscitato il desiderio di cercarlo. Noi cerchiamo colui che ci cerca.

 

Da Gesù a Dio, da Dio a Gesù

Gesù è tranciante: nessuno ha visto Dio, solo lui. Il Dio in cui credo è il Dio che Gesù ci ha raccontato? O in me coltivo una vaga idea di Dio che non ho mai veramente verificato per pigrizia mentale? Quanto poco credenti sono i cristiani! Quanto convinti di sapere e di credere, senza mai verificare se la loro fede cattolica abbia o meno a che fare col Vangelo! Gesù parla di Dio con verità perché egli è la presenza stessa di Dio, perché lui e il Padre sono una cosa sola! Ed è vero: seguendo le sue indicazioni giungiamo a scoprire il volto del Padre e il Padre ci rimanda a Cristo, svelandoci che egli è suo Figlio. La fame infinita che portiamo nel cuore è colmata solo dal pane che è la presenza di Dio scoperta grazie a Gesù. E questa presenza ci rimanda a Gesù, abitato dal Padre.

 

La vita dell’Eterno

Gesù ci dice che chi crede ha la vita eterna. La vita eterna è la vita dell’Eterno, non il noiosissimo prolungamento della nostra vita in un fumoso e indefinito paradiso. Credere in Gesù rivelatore del Padre mi porta a sperimentare, a condividere in pienezza la vita stessa di Dio. Gesù specifica: chi crede ha la vita eterna, non avrà. La vita eterna, cioè, non è una specie di liquidazione che accumulo con i miei meriti e di cui potrò godere alla fine della mia vita. La vita eterna è già cominciata, credere significa acquisire uno sguardo nuovo su me, sulle cose, sugli altri, sulla storia. Gesù non vuole la nostra frustrazione, né ci impone una religiosità ombrosa o reazionaria. Gesù offre una vita diversa, vera, giusta, piena di bagliori di luce, solo bisogna fidarsi, far tacere le ultime mormorazioni e obiezioni e arrendersi.

 

Diventare persone nuove, come dice Paolo nella seconda lettura, persone che imitano Gesù, che scelgono radicalmente il dono di sé nell’equilibrio e nella gioia. La consapevolezza di quanto siamo amati ci dona il coraggio (dovrebbe, potrebbe) per metterci in discussione come Chiesa, per interrogarci su quanto lo Spirito dice alle sette Chiese, per avviare seriamente un cammino sinodale di discernimento. L’eucarestia che celebriamo ogni domenica è questo pane del cammino che ci aiuta ad attraversare il deserto, che ci aiuta a superare lo scoraggiamento, che ci sazia il cuore. Diventino incontro le nostre messe, diventino gioia e preghiera, diventino stazioni di servizio sulla strada verso il Regno, diventino veri momenti di incontro tra eternità, cioè pienezza, e il nostro cammino di vita!

 

P.  STEFANO TAMBURO, ofm

 

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

«Io sono il pane della vita;

chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!»

(Gv6,35)

 

L'opera del Signore è nutrire la vita. Cristo ha vinto la tentazione di satana dicendo che non solo di pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Il pane che satana voleva trasformare la pietra in pane, era un pane di potere, un pane per sopperire ai nostri desideri e le nostre passione più profonde. Il pane che Gesù offre è il suo stesso cuore. L’Eucarestia è il cuore di Cristo che libera e guarisce la nostra vita interiore e di relazione. Su questo pane viene invocato lo Spirito per dire che è lo Spirito che alimenta, che prepara il terreno alla venuta di Gesù. Scegliere il suo cuore sarà la nostra conquista ogni giorno, scegliere l'essenziale per dare significato alla nostra vita feriale. Il Signore ci dona oggi la possibilità di nutrire la nostra vita; nutrire la nostra mente, la nostra volontà, la nostra affettività, le nostre relazioni. La nutre con la bellezza, il silenzio, l’ascolto della parola, l’entusiasmo, l’ascesi e con i sacramenti. La nutre donandosi Lui stesso a noi. Veniamo a Lui per essere sfamati, crediamo in Lui per essere saziati.

 

P.  Juan Carlos Silva Yacila, FSA

 

 

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

2 Re 4,42-44/Ef 4,1-6/Gv 6,1-15

 

Da dove?

 

Sei volte viene raccontato il più grande fra i segni compiuti dal Maestro.

Il più grande e il peggiore. L’inizio della fine. Il miracolo dell’incomprensione che mediteremo oggi e nelle prossime settimane.

Il miracolo che segna il discrimine e che mette e a nudo, impietoso, la nostra approssimativa idea di Dio. E di noi stessi. E della nostra ricerca di fede. Vogliamo un Dio che ci sfama. O uno che ci insegna la condivisione.

E anche Giovanni, a modo suo, racconta il miracolo della condivisione. L’unico condiviso con gli altri evangelisti.

Solo che.

 

Da dove?

In Giovanni è Gesù che si accorge del bisogno della folla. Non sono passate le ore, come nei Sinottici. Non sono i discepoli a fargli notare la necessità di lasciar andare le persone per mettere qualcosa nello stomaco. È lui, il Maestro, a vedere. Gesù alza gli occhi e vede la folla.

Alza gli occhi, ma non al cielo. Li alza all’altezza giusta per guardare negli occhi di chi gli sta di fronte. Li vede. È concreto Dio, non ha la testa fra le nuvole. E vede la fame, il dolore, lo spaesamento. Vede quelle pecore senza pastore, ne prova compassione, non pena. Vede noi pecore senza pastore, ossessivamente svagati alla ricerca di un impossibile ritorno alla normalità. Vede, perché gli stiamo a cuore.

Cerca delle soluzioni. E ce l’ha: chiedere aiuto, spingere alla solidarietà e alla condivisione. Chiede a Filippo, uno dei Dodici, il cui nome manifesta un’ascendenza pagana, greca forse. È un uomo di mondo Filippo, non un provincialotto come gli altri discepoli. Ha occhio per gli affari e per il commercio. Non gli chiede come sfamare la folla, ma: da dove? Quale fornaio potrebbe avere tutto quel pane?

Tenero, Gesù. Manco si pone il problema di chi paga. Tipico degli idealisti sognatori come lui. Filippo lo riporta con i piedi per terra: con duecento denari di pane non si riesce nemmeno a dare un boccone a tutti.

Duecento denari! Cioè duecento giornate di lavoro. Diecimila euro di pane!

Non è proprio possibile sfamare tutta quella folla.

Eppure, facendo i calcoli, significa quasi un chilo di pane a testa, al prezzo attuale. Di che sfamare certo. Davanti ai problemi tendiamo a enfatizzarli.

No guarda, Signore, proprio non è possibile. Nulla può saziare il cuore dell’uomo. Nulla acquietare le sue inquietudini.

 

Travolti

Mi sento Filippo, a volte. Vedo la fame. Vedo la folla. Intuisco le soluzioni, non ne ho i mezzi. Vedo il dolore della gente che ho intorno. Ma anche i limiti e le paure, che sono le mie.

Assisto, attonito, alla crescita della violenza, dell’odio, della cattiveria che come una pustola infetta sta contagiando tutti i cuori, togliendo umanità e lucidità. Nonostante la durissima esperienza della pandemia che poco ha insegnato. Vedo contrapposizioni inutili, giudizi taglienti e parole che piovono come pietre. E non so che fare.

Vedo la Chiesa in Italia intimidirsi, chiudersi, arroccarsi, vedo persone buone e generose demotivate e stanche. E non so cosa fare. Il buon senso direbbe: non c’è nulla da fare. Ci vorrebbe il guizzo di un folle. O di un adolescente.

 

Merenda

Giovanni è l’unico che ci parla di questo dettaglio.

Per uscire dall’impasse ci è voluta l’iniziativa di un adolescente che ha condiviso la sua merenda.

L’apostolo Andrea è quasi in imbarazzo davanti a quell’ingenua proposta.

Gesù sorride. Ci voleva tanto?

Non bisogna fermarsi alla dimensione del problema o all’enormità della sfida. Il cuore non pianifica le sue azioni. La generosità non si può calcolare. L’amore osa. E risolve.

Il ragazzo ha capito tutto.

Non è il problema al centro dell’attenzione, e nemmeno la soluzione. Ciò che veramente importa è quanto tu voglia condividere. Lui mette in gioco tutto quello che ha. Quel poco che ha. Inutile? Insufficiente? Patetico?

Sì, forse. Ma lo fa. E se tutti lo imitano il cambiamento è assicurato.

No, non è il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ma della condivisione.

 

Avanzi

Mi colpisce l’insistenza, nel racconto, nel volere raccogliere gli avanzi.

Hanno mangiato in cinquemila, con la fame di persone che, non sempre, mangiavano una sola volta al giorno.

E ne avanza. Gesù vuole che nulla vada perduto.

Mi è venuta in mente una cosa: quante persone si sono accostate alle nostre comunità per avere delle soluzioni. Sacramenti, aiuti economici, ascolto, servizi educativi per i ragazzi… Persone abituate a prendere il necessario e poi sparire. A volte restiamo urtati da questo atteggiamento.

Sbagliato: va bene così. Tutto quello che doniamo rimane per sempre.

La folla visto il miracolo, vuole fare re Gesù. Come biasimarla? Tutti voteremmo un governo che ci regalasse dei soldi! Non ha capito niente.

Il senso del miracolo è: davanti alla sofferenza metti in gioco tutto ciò che sei e che hai.

La gente ha capito: ecco uno che ci sfama gratis. L’esatto contrario.

 

P.  Stefano tamburo, ofm

 

 

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Dal Vangelo secondo Marco 6, 30-34

“Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po”…C’è un tempo per agire, annunciare, per guarire, per andare a due a due, per pellegrinare. Oggi l’invito del Signore ai suoi discepoli e anche a ciascuno di noi è trovare non un luogo ma lo spazio esistenziale, “il deserto” che nella Bibbia è lo spazio personale che Dio utilizza per parlare al cuore dell’uomo; il tempo per fermarsi e fare quello che dice Sant’Ambrogio: “Se vuoi fare bene tutte le cose, ogni tanto smetti di farle”. È un tempo per ritrovare i motivi del fare. Andare in disparte per far memoria delle grandi opere che Dio ha compiuto nella nostra vita.

Nella Scrittura il fare memoria esprime una vita spirituale intensa, dove una persona si impegna a riflettere su se stessa. Ma il ricordarsi nella Bibbia è prima di tutto un’attività di Dio: la persona vive perché Dio si ricorda di lei: Che cosa è l’uomo perché di lui ti ricordi? (Sal 8).

Il ricordarsi da parte di Dio è un evento attivo e creativo: quando egli si ricorda vuol dire che fa sorgere una situazione nuova, cambia tutto; quando egli si ricorda pensa all’alleanza e crea legami, li rinnova…

La Chiesa si caratterizza come “popolo della memoria”: questa fa parte della spiritualità del popolo amato del Signore. Sviluppare una teologia del ricordo del dono ricevuto ci farà molto bene . La teologia del ricordo è uno dei fili conduttori non solo della Scrittura, ma anche nella vita della Chiesa (pensiamo alla Liturgia) e anche della nostra vita. E la Scrittura ci educa a leggere la nostra vita come storia della salvezza. Il ricordo serve a mantenere pura la fede; fa parte dell’educazione alla fede. Secondo la Scrittura la persona che ricorda è una persona sapiente: è questo l’ideale dei libri sapienziali, specialmente del Siracide (cfr Sir 44-50: l’elogio degli antenati nella storia). il ricordo è salvifico: rende presente in noi tutta l’opera della salvezza.

Andiamo tutti in disparte, l’amore ci sta chiamando. Andiamo tutti in disparte per rinnovare il nostro essere amati, per riposare nella mitezza e umiltà del Salvatore. Andiamo in disparte per imparare la compassione, per evitare cadere nella voragine del fare e passare alla dinamica dell’essere per capire con più profondità l’uomo che cerca la salvezza, che ha fame del nostro essere.

 

P.  Juan Carlos Silva Yacila, fsa

 

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Il vangelo di questa XV Domenica del tempo ordinario, ci fa capire che Gesù detta il ritmo del tempo. Lui vuole che il suo progetto entri in una nuova fase: quella di inviare i discepoli nella prima esperienza della missione. Perciò sceglie i dodici: sono simbolo di totalità, dà loro potere sulle forze del male, definisce l'annuncio del messaggio da proclamare e dà indicazioni chiare e precise. Tutto secondo quanto lui stesso aveva fatto – ma anche ciò che loro avevano visto e sentito – nei suoi viaggi per i villaggi e andando nelle sinagoghe, a contatto con la folla, nelle conversazioni familiari.

 

Questo modo di procedere è stato, fin dall'inizio, la migliore scuola di formazione per l'invito ad essere missionari. Tutto serve a formare coloro che sono stati e sono chiamati a testimoniare e a collaborare alla realizzazione del progetto di salvezza che Dio ci offre in Gesù Cristo.

 

“Se una persona ha veramente sperimentato l'amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per uscire e annunciarlo, non può pretendere che gli vengano date molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario in quanto ha incontrato l'amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma sempre che siamo “discepoli missionari”, afferma Papa Francesco.

 

I discepoli si mettono in missione e compiono un lavoro notevole: annunciano la novità della vita con Dio che genera il pentimento per il peccato e l'accettazione del bene da fare, scacciano i demoni che simboleggiano tutto ciò che disumanizza la persona e la società.

 

Gesù li invia a due a due per sostenersi vicendevolmente, essere testimoni accettati dalla legge ebraica, garantire credibilità qualunque cosa accada, rendere visibile il nucleo iniziale della comunità da costruire. La pratica di questo tipo di invio può essere radicata nella pratica del viaggiare insieme e nell'usanza degli inviati ufficiali del Tempio di Gerusalemme di riscuotere la tassa annuale, secondo le regole di Tosefta prescritte dal trattato. Ma c'è una differenza sostanziale: poiché i discepoli di Gesù sono portatori di un'offerta che non “carica” nulla, percorrono vie impervie senza particolari tutele, armati solo dell'essenziale per la sussistenza, devono rimanere dove sono ben accetti e annunciare la buona novella loro affidata. Il nucleo della comunità, il seme della futura Chiesa, inizia nelle case di accoglienza, basate sui rapporti fraterni, sull'ascolto della parola, sull'ospitalità premurosa e nella certezza che il regno di Dio sta emergendo nei gesti e negli atteggiamenti umani.

 

Il bagaglio dei discepoli è modesto e leggero. Gesù vuole che i suoi discepoli siano liberati e non legati a nulla, pronti e disponibili per la missione, senza altri pesi e preoccupazioni. Anche noi oggi, attraverso questa liturgia siamo chiamati ad assumere in modo bello e felice, questa missione di invio apostolico, l’accoglienza ospitale, la condivisione di convinzioni esistenziali e portare l’annunzio a tutti: “ La pace sia in questa casa e con tutti coloro che in essa abitano”. Pace che è armonia interiore, familiare, relazionale, ambientale e universale.

 

P.  Jarbson batista silva araujo, fsa

 

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Dal Vangelo secondo Marco 6, 1-6

... E i suoi non l'hanno ricevuto

Si compie ciò che Giovanni dice nel prologo del suo Vangelo: «è venuto a casa sua e i suoi non l'hanno ricevuto».

Lo sperimentò il profeta Ezequiele, che condivideva con i suoi compatrioti la sventura dell'esilio, ma essi non ascoltavano ciò che diceva da parte di Dio.

È vissuta da Paolo, che, oltre a tanti successi pastorali, ha avuto anche un momento di fallimento in cui è stato tentato di abbandonare la sua missione apostolica, perché ha incontrato solo difficoltà e persecuzioni.

Lo sperimentò soprattutto Gesù, che era stato applaudito in altre città e si era rallegrato della fede di Giairo e della buona donna che era stata guarita dall'emorragia, ma quando arrivò a Nazaret si trovò con l'incredulità. Secondo Luca 4, non solo crearono il vuoto, ma dopo un'iniziale ammirazione, suscitò le ire dei suoi connazionali e stava per essere gettato in un burrone.

Le domande che la sua predicazione sollevava nei nazaretani erano ben formulate: chi è costui? Da dove vengono la saggezza e il potere miracoloso che mostra? La stranezza dei suoi connazionali può essere considerata logica: come può un falegname del nostro paese venire da Dio, che abbiamo visto crescere fin dall'infanzia? Ma non sapevano come passare da quelle domande alla conclusione che sarebbe stata più logica: Dio deve essere dalla loro parte, perché altrimenti non potrebbe fare quello che fa. Sono rimasti bloccati sulla domanda. "Hanno diffidato di lui." Forse anche perché erano gelosi che in altre città, come Cafarnao, facesse miracoli e nella loro no. Quello che stava facendo li "scandalizzava" e non credevano in Lui. Entrano in altre cose, perché è venuto come un Messia troppo semplice, un lavoratore umile, senza cultura, che loro conoscono fin dall'infanzia e non come un energico e potente liberatore come si aspettavano.

La conclusione di Gesù è piuttosto amara: "non disprezzano un profeta più che nella sua terra, tra i suoi parenti e in casa sua". Gesù deve essere stato ferito da questa mancanza di fede. Il vecchio Simeone aveva già predetto che questo bambino sarebbe stato pietra di scandalo e segno di contraddizione.

L'incredulità è sempre esistita, e anche nel nostro tempo. La fede è spesso scomoda ed esigente. Quando il messaggio e quello dei profeti non sono interessati, e soprattutto quello di Cristo, è sempre scomodo, il messaggero viene screditato o perso e il messaggero viene eliminato. Ciò che Gesù predicava non coincideva con le convinzioni dei suoi contemporanei. Piuttosto, scosse le fondamenta del loro intero sistema religioso. Non solo degli scribi e dei farisei, ma anche, sembra, dei loro connazionali. Un profeta è sempre fastidioso. Se lo accettassero, dovrebbero accettare ciò che predica.

La stessa cosa succede adesso. Ciò che predicano il Papa e i vescovi o i cristiani in genere, seguendo il Vangelo, può non coincidere con ciò che piace alla maggioranza e specialmente ai capi della società, che troveranno facilmente scuse per rifiutarlo. È più comodo rifugiarsi nell'indifferenza o in ciò che si può chiamare "disprezzo".

Buona domenica.

 

P.  Josè wilton fernandez arias, fsa

 

 

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Kum!

È una storia di donne, quella che ci presenta Marco oggi.

E di dolori. Di dolori irrisolti come la lunga e penosa malattia invalidante dell’emorroissa.

Di dolori atroci come la perdita della figlia adolescente di Giairo.

Una storia di approcci, di sguardi, di sfioramenti, di energie, di fede, di conversioni da operare.

No, non abbiamo una risposta definitiva al mistero del male e della morte. Soprattutto del dolore dell’innocente. Ma abbiamo un Dio che quel dolore lo condivide e lo redime.

Questo è venuto a raccontare il Signore Gesù.

 

Giairo

Marco, con abilità, intreccia due storie di sofferenza.

Entrambe sono accomunate dalla presenza tutta femminile e dal numero dodici.

Dodici sono gli anni della malattia della povera donna.

Dodici gli anni della figlia di Giairo.

Dodici, nella Bibbia, è il numero della pienezza come dodici sono i mesi dell’anno. Ci troviamo davanti a due dolori assoluti, compiuti, travolgenti.

Marco pone il lettore davanti a due fra le grandi paure della nostra vita: la malattia che ci taglia dalla vita di relazione e la morte improvvisa nel pieno della nostra attività come è stata e ancora è la paura della pandemia.

Giairo è uno dei responsabili della bella e grande sinagoga di Cafarnao. Per la precisione è uno di quelli che si occupano di scegliere i lettori e di coordinare la liturgia. Non è uno qualunque, è uno che prega, un credente, un pio, un devoto.  Uno impegnato nella fede, che investe molto nella vita interiore e si rende disponibile. La sua devozione, la sua convinzione, le sue motivazioni profonde vacillano davanti alla figlia esanime. È che è allo stremo, dice Marco. Luca e Matteo tolgono questo particolare, dandola per morta.

L’unica cosa che può fare Giairo, interiormente sfinito, è gettarsi ai piedi del Maestro.

Non ne può più, non sa come uscirne, non ha soluzioni. Allora si mette in ginocchio come chi mendica. Come chi chiede.  Non sa più nulla. Non sa più se crede.

Chiede per lei che sia salvata e viva. Salvezza e vita. Le due dimensioni essenziali dell’esistenza umana.

Gesù si muove, c’è urgenza. Ma accade qualcosa di imprevisto: una donna chiede la guarigione, ruba un miracolo. E questo rallenta il corteo. Anzi, Marco sembra insinuare il dubbio che la causa della morte della ragazza abbia a che fare col colpevole ritardo di Gesù. Dramma fra poveri: chi guarire per primo? Chi ha diritto al miracolo?

 

Timidezza

Il sangue è vita, chi perde sangue muore. Il flusso mestruale è misterioso, quindi, meglio starne alla larga. Una donna mestruata è impura non va toccata. L’emorroissa non riceve un abbraccio da dodici anni, di che morirne.

Ma ha paura, sa che toccando il rabbì lo renderà impuro. Tenera. Ma osa. Almeno il mantello, almeno sfiorarlo. E accade. Non è lei a rendere impuro il Signore, è lui a renderla pura. E se ne accorge. Chiede chi è stato. C’è ressa, che domanda scema è?

Tutti lo toccano. Una sola lo sfiora. Ne prende l’energia vitale perché ci crede, perché mendica, perché elemosina. Possiamo frequentare Dio per anni senza mai guarire.

Scusate il disturbo

Arriva qualcuno che prende da parte il povero Giairo. Poca diplomazia, nei suoi confronti. La ragazza è morta, lasci stare il Maestro. Letteralmente Marco usa un verbo che significa scorticare, sfinire…, non sfinire il Rabbì, dicono.

Una crudezza e un atteggiamento che lasciano stupiti e che ritroveremo più avanti. Che c’entra, ora, il disturbo al Maestro? Siamo davanti al dramma di una ragazza morta e ci formalizziamo?

Che idea c’è di vita, di morte e di Dio dietro questa sconcertante affermazione? Il nostro è un Dio che vuole essere importunato! Che chiede al discepolo di insistere! Che vuole venire nelle nostre case a renderci visita! Dalla casa sono venuti a dire a Giairo di rassegnarsi. Gesù, contraddicendo questo parere, chiede a Giairo di fidarsi.

Lotta

Ora il gioco si fa duro. Da una parte la folla rumorosa che assale Gesù, la devozione fanatica ed esuberante che gli impedisce di operare. Dall’altra la necessità di ricavarsi uno spazio, di operare una selezione. Seguire Gesù, diventare discepoli è qualcosa di diverso dal seguire l’onda della folla. Gesù lo sa bene. Tre fra i discepoli possono seguirlo. Perché devono essere due o tre i testimoni, come stabilisce la Scrittura (Dt 19,15).

Gesù annuncia la buona notizia zittendo i vicini che si disperano: ora sono loro a non doversi disturbare. La bambina non è morta, dorme, inutile strepitare. Lo fa con una gentilezza disarmante, con una fede incrollabile. Mi immagino lo sguardo perplesso del padre. Dorme? Che significa? Dorme, certo. È una professione di fede vera e propria, un invito a credere contro l’evidenza. Entra in casa.

Alzati!

Prima il gesto, poi la Parola. Prima la tocca, poi le parla.

Dio sempre ci tocca, prima di parlarci. Attraverso mille piccoli segni, piccole attenzioni, piccole sfumature che solo uno sguardo di fede è in grado di cogliere. Dio ci accarezza con delicatezza e garbo.

E il Verbo parla. Un vezzeggiativo, ragazzina, e un ordine: kum!

E usa l’aramaico, la lingua usata al suo tempo. Non l’ebraico, la lingua del sacro. O il latino, la lingua dell’impero. O il greco, la lingua commerciale. Ma la lingua materna, quella imparata in casa. Dio ci parla sempre con un linguaggio che siamo capaci di capire. E ci ordina: kum! Alzati! O, meglio ancora: sorgi!

 

Per me

Gesù è colui che dona la vita, sempre.

La fede che Giairo deve coltivare nonostante l’apparenza. E nonostante la folla che lo porta lontano dal Signore. La guarigione riguarda la bambina, certo, ma anche la famiglia della bambina e la folla.

Una guarigione da una visione della morte catastrofica e definitiva. Gesù, invece, fornisce una lettura completamente diversa riguardo alla morte.

Non come evento definitivo ma come passaggio.

Vedo in quella bambina l’immagine dell’anima che porto in me. Anima in senso teologico, ma anche psicologico. L’anima è la parte più profonda, delicata e autentica che porto in me.

E che, spesso, mortifico.

Distrazione, negligenza, scoraggiamento, peccato, la portano alla soglia della morte.

Allora, proprio allora, Gesù mi prende per mano e mi intima:

Talithà kum!

 

P.  STEFANO TAMBURO, ofm

 

 

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Nel 2019 ho avuto l’opportunità di andare a Pescara per fare una visita alle mie consorelle Figlie di S. Anna. Facendo un giro sul lungomare, ho trovato questo messaggio di Sant’Agostino all’ingresso della Chiesa conosciuta come Chiesa del mare: “Naviculam istam ecclesiam cogitate in turbatum mare navigantem” che significa: “La barca della Chiesa è stata costruita per navigare in mezzo al mare turbolento”.

Le piccole barche sono al sicuro, ormeggiate nel porto, ma non è per questo che sono state costruite. Sono fatte per navigare e anche per affrontare burrasche. Avere consapevolezza di questo è importante per ciascuno di noi, perché stiamo navigando nel mare della quotidianità, tra le tempeste, gli imprevisti, il dolore, la malattia, ma anche nella gioia, l’attesa e la fiducia nel Signore.

Siamo stati chiamati come cristiani a navigare in mare aperto ma con la forza della fede centrata su Cristo, che ci apre il cammino e accompagna i nostri passi nella storia.

Nei momenti difficili veniamo trasformati dall’Amore, dalla presenza del Signore.

Gesù non ci salva dalla tempesta, anzi, ci salva nella tempesta.

Da questa usciamo più umili, più umani, più convinti che con Lui possiamo “passare all'altra riva” fidati dalla sua parola: “Taci, calmati”.

 

 

P.  JUAN CARLOS SILVA YACILA, FSA

 

 

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Ez 17,22-24/ 2Cor 5,6-10/ Mc 4,26-34

È tempo di ripartire

Si vede qualche schiarita all’orizzonte.

Arriva l’estate e, finalmente, sembra che la pandemia, grazie al caldo e alla vaccinazione, ci darà una parvenza di normalità. E, come un boxeur suonato, anche le nostre comunità e le nostre parrocchie, fiaccate da tutto quanto è successo, cercano d riprendere in mano il bandolo della matassa, con tanta stanchezza e tanta fatica. Nulla sarà più come prima, dobbiamo capire, ripensare la nostra pastorale, osare. E da dove partire se non dalla Parola?

La Liturgia, chiusa la parentesi iniziata con la quaresima e finita domenica scorsa con il Corpus Domini, si sostiene in questo discernimento: Marco ci regala una piccola parabola, una similitudine, un paragone, che solo lui riporta. Tre piccoli versetti da mandare a memoria e da usare quando ci lasciamo prendere dall’ansia da prestazione (cristiana). Un potente ansiolitico interiore. È il regno che viene, non sono gli uomini a farlo venire.

Quindi: restiamo sereni. Keep calm. Soprattutto ora.

 

La falce

La piccola similitudine è divisa in tre parti e ha due protagonisti: il contadino e il seme.

Il primo compare all’inizio e alla fine e, volutamente, Marco ne sottolinea il ruolo assolutamente marginale e compie due sole azioni: getta il seme e manda (getta?) la falce. Interessante: non semina ma getta il seme, come ad indicare un’azione non prevista, un campo non adibito alla semina, una scelta non pianificata, come a dire: getta il seme della Parola ovunque ti trovi, ogni luogo è da fecondare! E la seconda affermazione è ancora più curiosa, una specie di errore grammaticale: letteralmente Marco scrive, in greco, che il contadino manda la falce, non va nemmeno a falciare, qualcun altro, (la falce) se ne occupa. Sappiamo che non è così semplice. Sappiamo che il terreno va accudito, irrigato, disinfestato dalle erbacce… ma il racconto vuole rimarcare la forza intrinseca del seme e l’apparente marginalità del seminatore.

Il secondo citato, il seme, è il vero protagonista del brano: mentre l’uomo dorme, lui germoglia, cresce, porta frutto. Gesù descrive quasi plasticamente la lenta azione del seme che buca la terra, si fa germoglio, cresce, si gonfia e si dona nel frutto.

Il contadino è inattivo, il seme no.

Al punto che, alla fine, è il frutto che stabilisce l’ora della mietitura. Letteralmente Marco scrive appena il frutto lo consente. L’uomo non fa, ma accoglie. E deve accogliere in fretta, subito.

È il frutto che fa tutto. Il contadino non sa nemmeno come ciò avvenga, non se ne occupa, non ha il potere del controllo.

 

Fuor di metafora

Gesù, totalmente uomo, si interroga su quanto sta accadendo, sulla sua strategia pastorale. Determinato nel continuare la sua missione, si interroga sulle difficoltà che incontra. E dice a se stesso, ai suoi discepoli, a noi, una cosa molto semplice: il regno di Dio è, appunto, di Dio. Non nostro. Ha una sua logica, una sua tempistica, una sua dinamica che, spesso, ignoriamo. Come accade col seme. La Parola seminata agisce anche se non ce ne accorgiamo. Ha tempi lunghi, certo, diversi dai nostri, ma agisce con forza e costanza. A noi rimane il compito di gettare il seme e di coglierne il frutto, subito, appena questo matura. Gesù chiede di passare dalla logica dell’efficienza a quella dell’accoglienza. Quante inutili ansie portiamo nel cuore! Proprio noi cristiani, noi discepoli che dovremmo, almeno un po’, fidarci di Dio e della sua Parola!

Il ragionamento di Gesù è semplice ed efficace: il regno è di Dio, tu, assecondalo. O, in altre parole, come ripeto spesso, fra il serio e il faceto: il mondo è già salvo, non lo devi salvare tu. Il mondo è già salvo, è che non lo sa. Vuoi fare qualcosa? Vivi da salvato.

 

Per noi, oggi               

Questa logica evangelica dell’attesa, della fiducia, caratterizza (o dovrebbe) la nostra vita comunitaria, ma anche la nostra vita interiore. La stessa pazienza che il Signore chiede nel lasciar agire il regno, la stessa fiducia che chiede di avere nella potenza della Parola, la dobbiamo avere verso noi stessi e i nostri percorsi di vita. Come il terreno, cioè il nostro intimo, accoglie e fa crescere il seme è un mistero: inutile cercare di accelerarlo, inutile cercare di manipolarlo, è una questione fra Dio e l’anima, un evento intangibile nella coscienza del discepolo (cfr. Ap 3,20).

 

Il granello di senape

Ancora riflette, il Maestro, ed introduce l’ultimo enigma con una doppia domanda, come era in uso nei dialoghi dei rabbini per coinvolgere l’uditorio.

La parabola parla di una mutazione, di un cambiamento, di una evoluzione. Perché quando si parla di Dio tutto si trasforma. È dinamico Dio, sempre più avanti di quanto di lui riusciamo a cogliere. Usa questa splendida immagine servendosi con forza di un contrasto, che è il cuore della parabola.

Il protagonista della parabola è ancora il seme: a lui sono riferiti i verbi. È seminato, sale su, diventa un ortaggio, ramifica. Ma al Signore piace giocare con gli opposti: il più piccolo dei semi diventa il più grande degli ortaggi, un vero albero, con grandi rami.

Ha ragione: il seme della senape, anche se non è il più piccolo in natura, come affermato, è comunque minuscolo: misura appena un millimetro di grandezza. Ma, sulle sponde del lago, può crescere fino a raggiungere i tre metri di altezza. Spettacolare.

 

La logica del regno

La Parola di Dio ha una sua efficacia, il seme germoglia e porta frutto, così l’annuncio del regno che avanza anche se non sappiamo bene come. Ma è una logica diversa da quella che ci immaginiamo. Parte dal poco, all’inizio è insignificante, piccolo come un granello di senape.

Ha un suo inizio e una sua progressione.

Ma Gesù non parla di trionfalismi, non immagina grandi successi delle chiese, come a volte è stato interpretato goffamente questo testo, non sogna improbabili finali trionfanti da film.

Indica l’atteggiamento con cui annunciare il regno e la logica che lo accompagna: nelle piccole cose, nell’umiltà (che non è la depressione dei credenti ma la consapevolezza feconda del limite), dell’insignificanza dei gesti si cela la grandezza del regno.

 

È tempo di ripartire.

Lasciamo fare a Dio. Lasciamoci fare. È tempo.

 

 

Sant’Antonio di Padova

 

Nel corso dei secoli sant’Antonio è stato rappresentato da pittori e scultori in modi molto diversi. Quanto sono affidabili queste raffigurazioni? Probabilmente poco, perché le interpretazioni degli artisti sono condizionate dalla sensibilità della loro epoca, dall'orientamento agiografico prevalente, dalla richiesta del pubblico devoto.

La ricognizione del 1981

La ricognizione del 1981, al contrario, ci offre alcune preziose informazioni, che ci restituiscono un’immagine più veritiera del suo aspetto. Era alto circa 171 centimetri; la testa era di forma allungata. Anche il viso doveva essere allungato, con mento pronunciato, naso aquilino, occhi grandi, dentatura sana e regolare. La struttura fisica non era eccessivamente vigorosa negli arti superiori, ma ben proporzionata, con mani lunghe e dita affusolate; più sviluppata e forte negli arti inferiori, a causa del continuo camminare. Le ginocchia recano evidenti tracce di lunghi tempi passati in preghiera.

La ricostruzione forense del volto

Già nel 1995 lo scultore Roberto Cremesini aveva tentato una ricostruzione scientifica del volto del Santo a partire dal suo teschio, ma quasi vent’anni dopo, nel 2014, è stato condotto uno studio di ricostruzione forense, in grado di ipotizzare con un alto grado di oggettività il volto e le fattezze del Santo.

L’operazione, condotta dal Museo di Antropologia dell’Università di Padova con il fondamentale contributo del Centro Studi Antoniani, ha visto il coinvolgimento di Cicero Morales, designer 3D molto noto per le sue ricostruzioni facciali in ambito archeologico e collaboratore del Laboratorio de Antropologia e Odontologia Forense (FOUSP) dell’Università di San Paolo (Brasile).

Il ritratto che ne emerge si allontana parzialmente dalla tradizione del volto magro e allungato espressa anche nel busto del Cremesini, per avvicinarsi all’aspetto più “massiccio” e corpulento dell’affresco che si trova in un passaggio del presbiterio della basilica antoniana.

 

P.  STEFANO TAMBURO, ofm

 

 

DOMENICA SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

 

Oggi celebriamo la solennità del Corpus Domini. Questa celebrazione ci offre la possibilità di contemplare e gustare il mistero dell’amore di Dio nella sua concretezza. La solennità del Corpus Domini infatti mette in luce la realtà affascinanti della nostra fede; il nostro è un Dio che si fa toccare e si fa mangiare.

L’esperienza di Dio in Gesù si fa concreta, si fa tangibile. Non è possibile parlare dell’amore di Dio in modo superficiale e generico. Non possiamo esprimere la natura dell’amore di Dio o concetti, bisogna partire dall’esperienza che ciascuno di noi ne fa. Gesù ci ama fino alla fine e dona sé stesso per noi con il suo Corpo e il suo Sangue. Ci dona la sua stessa vita e dà la vita per amore nostro.

Il brano del vangelo di Marco proposto dalla liturgia della Parola di oggi ci consente di gustare appieno l’amore di Dio che ci dice quanto è importante nell’esperienza dell’amore curare i dettagli e vivere l’intimità e l’affettività.

Noi siamo chiamati a vivere l’intimità con Gesù con la nostra stessa affettività. Come abbiamo bisogno del corpo per amare una persona, così abbiamo bisogno del corpo per amare Gesù. Ecco il suo corpo è per noi. Oggi possiamo celebrare con immensa gioia e profonda gratitudine il mistero dell’amore di Dio per noi, Lui vuole essere amato da noi e vuole che lo amiamo a modo nostro, con la nostra affettività.

Vedere, toccare, mangiare il suo corpo: tutto questo sia per noi l’espressione di una profonda e vera intimità. Questo è il mistero della concretezza dell’amore che vogliamo celebrare oggi. Gesù cura i dettagli per preparare la cena con noi, per farci dono dell’intimità con lui. in questa solennità siamo quindi invitati a sederci a tavola con lui e a lasciarci toccare dal suo amore.

 

P.  MASSIMO COCCI, ofm

 

 

DOMENICA DELLA SANTISSIMA TRINITA'

 

Un Dio vicino, che sceglie, che libera, che salva, che ci fa figli.

Ma forse dobbiamo fare di più per "vivere" quel mistero che per "capirlo". Il nostro Dio non è un Essere molto perfetto e distante, onnipotente e freddo, ritratto in un problema "aritmetico" di persone e nature. Dio è ammirabile in se stesso e nell'opera della creazione e, allo stesso tempo, vicino alla storia del popolo d'Israele, della Chiesa e di ciascuno di noi.

 

Le preghiere della Messa parlano in una direzione, devono essere completate con ciò che dicono le letture bibliche, che ci presentano un Dio personale, caldo, vicino e salvifico. Un Dio che si definisce non da idee o teorie, ma da eventi e azioni salvifiche.

 

Un Dio che ha mirabilmente creato l'uomo, che poi si è mostrato salvatore e liberatore, che rivolge la sua parola al popolo che ha scelto tra tutti e lo libera dalla schiavitù, come ricorda Mosè nel libro del Deuteronomio. In tutto l'Antico Testamento appare chiaramente come clemente, ricco di misericordia, vicino al suo popolo.

 

Questa vicinanza diventa più palpabile nel NuovoTestamento, perché appare come il padre di nostro Signore Gesù. Un Dio che ha tanto amato il mondo da inviato il suo proprio figlio come salvatore. Ecco come "Dio è stato fatto per noi".

 

Paolo, nel brano odierno, fa un passo in più: lo spirito di Dio a reso figli di Dio quelli di noi che si lasciano condurre da lui. E se anche i figli sono eredi, "coeredi con Cristo". Così, in compagnia di Gesù stesso, possiamo “gridare: Abbà Padre”.

 

Certamente, il Dio della Bibbia è un Dio vicino, non solo filosofico e "tutto il resto". È un Dio che è padre, che è entrato nella nostra storia, che ci conosce e ci ama. Un Dio che è il Figlio, che è diventato nostro fratello, che ha voluto percorrere la nostra strada e si è donato sulla croce per la nostra salvezza. Un Dio che è spirito e che vuole riempirci in ogni momento della sua forza e della sua vita, e "testimonia che siamo figli di Dio".

 

Essere figli significa non vivere nella paura, come schiavi, ma nella fiducia e nell'amore. Essere figli significa poter dire dal profondo del cuore, e mossi dallo spirito, “Abbà” Padre. Significa che siamo eredi di Dio e coeredi di Cristo: figli nel Figlio, fratelli del fratello maggiore, partecipanti alle sue sofferenze, ma anche alla sua glorificazione.

 

È un Dio caldo, il Dio biblico. La Scrittura si preoccupa più di dirci come agisce questo Dio che di come possiamo comprendere il mistero della sua unità e della sua trinità. Come quando Gesù ha voluto lasciarci un ritratto di suo Padre, non con teologie ragionate, ma identificandolo con il padre del figliol prodigo.

 

Buona domenica e che la Santissima Trinità vi riempia di benedizioni.

 

P. Jose' wilton fernandez Arias, FSA

 

DOMENICA DI PENTECOSTE

At 2,1-11/Gal 5,16-25/ Gv 15,26-27; 16,12-15

È tempo di Pentecoste

 

È il nostro tempo, il tempo di mezzo, fra la sua venuta nella storia e il suo ritorno nella gloria, il tempo della Chiesa, dei fragili discepoli innamorati che lo testimoniano, credenti credibili, non perfetti ma accesi.

E proprio la consapevolezza della fatica di essere testimoni, in questo tempo pandemico che esaspera i conflitti, che evidenzia i limiti, che ribalta le convinzioni che ci fa vacillare.

Non ce la possiamo fare, non scherziamo. Non noi. Non io.

Serve qualcuno. Serve lo Spirito.

Lo aveva promesso, lo aveva invocato, lo aveva chiesto.

Il fuoco ardente dell’amore di Dio.

La fiamma di Javè. La passione travolgente con cui Dio ha creato il mondo e ricreato la relazione perduta con gli uomini. La vibrazione del suo battito d’amore. Primo dono ai credenti dall’altro della croce dove l’appeso attira tutti a sé.

Lo aveva promesso. Eccolo.

Non è un soffio. È un vento. No, nemmeno un vento. Una bufera. Un uragano che tutto scompiglia, che tutto ribalta. Scuote, strappa, smuove.

Fa uscire l’apostolo dai pavidi discepoli rintanati nelle catacombe per paura dei giudei.

Come un terremoto. Come un incendio. Come l’irruzione del divino nella Storia.

Una luce che ridona la capacità di intendersi, di parlarsi, di capirsi.

L’anti Babele. La confusione ricondotta a linguaggio unitario.

Pentecoste, infine. Pentecoste, ora.Domenica di Pentecoste

 

La festa della Torà

Era una festa di origine contadina, poi diventata anniversario che ricordava al popolo di Israele il dono della Torà, il dono della Legge ad Israele, le istruzioni per l’uso verso la felicità e la pienezza affidata al piccolo popolo di liberati che avrebbe liberato ogni uomo dalla schiavitù del giudizio e della colpa.

Ma gli uomini, purtroppo, avevano ridotto quelle parole a nuove regole, a nuove leggi, ad uno strumento di paura e di dominio. No, così non andava bene. La Legge era stata stravolta, offesa, inaridita, pietrificata.

Gesù la libera. Le ridona verità.

Un solo comandamento, come abbiamo meditato poche settimane fa: Ama dell’amore con cui sei amato. Ama di un amore grande che dona vita.

Ora la Pentecoste, quella nuova, quella inattesa, fa terra bruciata di tutto il resto.

Incendia. Divora. Nessuna norma scolpita nella pietra. Ma una forza interiore capace di scolpire l’amore nel cuore. Quella distanza infinita tra il poter essere e l’essere. Fra il seme che fatica a crescere e il fiorire. Lo Spirito, finalmente.

Quando verrà

Profetizza il Maestro, nel lungo discorso di addio che Giovanni pone sulle sue labbra prima di consegnarsi alla morte.

Quando verrà, dice.

Mi darà testimonianza. È lo Spirito che ci fa passare da curiosi osservatori del fenomeno Gesù a discepoli travolti dall’amore per lui. Dalla fede come sana abitudine alla fede come fuoco che divampa. Lui, lo Spirito, che in noi fa prorompere il grido di fede: è lui il Signore, il rivelatore del Padre, Dio stesso!

È lui, lo Spirito, che ci aiuta a portare il peso della verità.

Perché pesa, la verità. A volte è talmente insostenibile da nasconderci dietro un cumulo di menzogne perché ne abbiamo sacro timore. Abituati come siamo a credere che la verità ci smascheri, ci annienti, ci giudichi, preferiamo restare nella penombra per non essere giudicati.

Lo Spirito porta il peso e ci permette di vedere che la verità, invece, è altro.

La verità di chi siamo, di chi è Dio, di cosa siamo chiamati a diventare, di qual è la nostra missione, ci conduce alla libertà interiore, non al giudizio.

E lo Spirito, se accolto, ci prende per mano e ci porta alla verità tutta intera, a quella intimità con Dio che da soli non siamo in grado di ottenere.

Intimità che non è solo conoscenza, o (santo) sforzo, o preghiera e meditazione, o carità diffusa.

Lo Spirito diventa maestro per conoscere il Maestro. Per superare la soglia del mistero.

Per entrare nella profondità di noi stessi dove ospitiamo la tenerezza infinita di Dio.

Là dove abita la luce. La scintilla. Là dove germoglia la nostra anima che si innalza e vede le cose con lo sguardo di Dio.

 

Lasciati guidare

Paolo esorta noi discepoli a cedere le redini.

A lasciare che sia lo Spirito a condurre la nostra vita. A smetterla di volere dirigere la nostra vita, a definirla, ad orientarla.

Ad arrenderci al corteggiamento di Dio.

A cedere. Ad alzare bandiera bianca.

La nostra vita resta la stessa, inevitabilmente fatta di ombre e di luci.

Eppure altra. Eppure densificata intorno alla comprensione profonda di chi siamo.

E ce ne accorgiamo da quanto accade.

Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge.

 

Contro l’azione dello Spirito, ad ostacolare la sua dilagante azione, non c’è regola o norma o senso di colpa o giudizio che ci possa fermare.

Siamo avvisati. Se prendiamo sul serio lo Spirito, lui arriva e sovverte.

È tempo di invocarlo.

È tempo di accoglierlo.

È tempo di Pentecoste, qui, ora.

 

P. Stefano Tamburo, ofm

 

 

ASCENSIONE DEL SIGNORE

 

 

Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. (Mc16,19) Il suo distacco dai discepoli non è muto, ma accompagnato da parole: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura”, perché tutte le creature sono dichiarate destinatarie dell’annuncio pasquale: l’uomo è creato per il Vangelo, perché il Vangelo è compatibile con il cuore umano. L’uomo è fatto per essere salvato, amato.

 

Le parole di Gesù sono la sua eredità che Egli lascia ai discepoli e di cui essi sono ora responsabili. Si tratta di ricordare ciò che il Signore ha detto e di interpretalo per viverlo nel nuovo contesto…Come possiamo andare e proclamare il Vangelo oggi? Come riempire l’assenza del Signore mentre attendiamo la sua seconda venuta nella gloria?

 

L’assenza del Signore deve essere riempita con l’annuncio: L’annuncio del Vangelo, della lieta notizia, del racconto della tenerezza di Dio. Non le idee più belle, non le soluzioni a tutti i problemi: solo la persona di Cristo, pienezza d'umano e tenerezza del Padre. Niente altro. Il Signore non dice ai suoi discepoli: organizzate, costruite, conquistate, occupate i posti chiave, fate grandi opere caritative, ma semplicemente: annunciate, andate e proclamate la mia presenza; portate tutti a me; immergere il mondo in me; battezzare l’umanità nel mio amore. Si questo è cosi, allora la nostra responsabilità è molto grande: noi per primi abbiamo bisogno di rinnovare la nostra relazione personale e comunitaria con Lui; essere convinti che il criterio per far crescere il Regno sia questo e non la modalità del mondo. Essere certi che solo un'apertura costante all’azione dello Spirito Santo può renderci credibili.

 

P. Juan Carlos Silva Yacila, FSA

 

VI Domenica di Pasqua


 

Atti 10,25-27.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

 

Amanti Parliamo d’amore, vi va?

 

Ne abbiamo bisogno perché sappiamo che è l’amore che muove il mondo. Ne abbiamo bisogno in questi tempi cupi e logoranti di pandemia in cui la luce viene insediata dall’ombra dello sconforto e del vittimismo. Ne abbiamo bisogno anche se nella vita il nostro desiderio di amare e di essere amati è rimasto frustrato, incompiuto, castrato. Ne abbiamo bisogno perché, di questi tempi, dietro al termine amore si nasconde di tutto, anche sentimenti che con l’amore non hanno niente a che vedere. Ne abbiamo urgente bisogno per capire come davvero funzioni l’amore. E chiediamo all’Amore di parlare di amore. All’Amato di insegnarci ad amare.

 

Dimorare

Il primo messaggio del vangelo di oggi è semplice: lasciamoci amare. Tutto il vangelo conduce a questa unica, disarmante verità: siamo amati. Amati da Dio che ci ha voluti, pensati, siamo preziosi ai suoi occhi. Siamo amati a prescindere. Perciò possiamo cambiare, fiorire, imparare. Non è facile credere questo, lo so bene: molti, fra noi, fanno esperienza di mediocrità, di dolore, di solitudine. Il mondo ci ama solo se abbiamo qualcosa da dare, Dio ci ama non perché siamo amabili, ma perché ci ha creati. Tutta la nostra vita consiste nello scoprirci amati. E Dio, l’unico, non ci ama perché siamo buoni ma, amandoci, ci rende buoni. Dio non può che donare il suo amore, dicevano i Padri della Chiesa, fa parte della sua natura profonda. E se già abbiamo scoperto di essere amati, Gesù insiste: dimorate in questo amore, restateci. Dopo avere cercato Dio, affascinati da qualche credente credibile, dopo avere scoperto che, in Gesù, anche noi siamo suoi figli, tutta la nostra vita diventa attesa di pienezza, manifestazione dell’amore di Dio. E possiamo dimorare, dice il Signore, solo osservando i comandamenti. Stride, questa richiesta, la parola “comandamento” ci rimanda alla regola, alla norma, alla sanzione. No, perché Gesù è venuto a donare un nuovo “comandamento”: imita il Padre che ti ama e riama te stesso, gli altri, Lui. I “comandamenti”, allora, non diventano una serie di norme da osservare per meritare l’amore, ma il modo di manifestare questo amore. Diventano la forma dell’amore, come è il fiore donato all’innamorato che rappresenta il sentimento che proviamo. Quando mi occupo di mio figlio, lo vesto e gli preparo la colazione per portarlo a scuola, non sto seguendo il protocollo del buon genitore, sto esplicitando nella concretezza il fatto di occuparmi di lui, di volergli bene!

 

Mio comandamento

Quale comandamento devo osservare per dimorare in Dio? Quello “nuovo” diventa “mio”, dice Gesù. Un bel passaggio: dalle dieci parole di Mosè alle 613 precetti dei farisei, al comandamento più grande, amare Dio e il prossimo, al comandamento nuovo: quello di amare come Gesù ci ama. Gesù ora, ed è la comunità che lo ha già celebrato risorto che lo capisce, propone un comando che non è più solo “nuovo” ma “mio”. Gesù ama fino al dono di sé sulla croce, fa ciò che dice e che chiede di fare ai discepoli. Amare come egli ci ha amati significa entrare nella logica del dono totale di sé, senza condizioni. Un amore totale che redime e salva questo mondo egoista e piccino. Cercare di imitare questo amore, lasciandolo fluire in noi (cioè non mi sforzo di imitare Gesù, mi lascio amare… e il suo amore si riversa sugli altri, perciò frequento Gesù con assiduità!) ci riempie il cuore di gioia. Un amore, come ci diceva Gesù domenica scorsa, che non è egoista e che non si lascia divorare dall’altro, una vita donata e ripresa, una relazione consapevole che non lascia l’emozione dominarci ma diventa consapevole scelta di amare. Non la felicità usa e getta che il mondo ci vende (sempre a caro prezzo) ma la gioia che diventa consapevolezza, come quella dei discepoli che incontrano il risorto e si convertono alla gioia. Posso anche avere una vita sfortunata e intessuta di dolore, ma la gioia permane, perché so di essere partecipe di un grande progetto d’amore che mi coinvolge.

 

Un amore più grande

Meglio: non si tratta di uno sforzo. Amare imitando il Maestro, ma di un fluire. Amatevi dell’amore con cui siete amati. Io non sono capace di amare le persone antipatiche, macché. Nemmeno sforzandomi. Ma amare con l’amore con cui sono amato, si. Come una vasca che si riempie e deborda. Non amare di uno sforzo ma condividere l’amore di cui faccio esperienza. Esiste l’amore, lo sappiamo: non occorre essere cristiani per amare. E ci sono persone non credenti che amano bene. Poi c’è l’amore più grande. Quello che dona vita, quello che vivifica, quello che dà vita. A volte i nostri amori sono mortificanti e mortiferi. Quello di Cristo che ricevo, più grande, è vivificante e libera.

 

Figli e frutti

Questo amore che fluisce ci fa scoprire di essere figli, non servi. Figli di Dio, a sua immagine proprio perché capaci di amare. E l’amore genera, porta frutti di redenzione e di vita eterna. Nella vita possiamo diventare dei grandi scienziati, dei genitori straordinari, delle rock-star… ma più che essere figli di Dio non saremo mai, e lo siamo già! Amare porta frutti, in noi e intorno a noi e Dio gioisce della nostra gioia. Siamo la gioia di Dio!

 

Amare significa, per Pietro, arrendersi all’evidenza che non possediamo Dio. E che tutte le nostre (sane e sante) strutture non sono niente quando arriva lo Spirito. Amare significa accorgersi che dobbiamo cambiare idea e far uscire Dio dal contenitore in cui lo rinchiudiamo. Perché questo amore Dio non lo riserva ai pochi ma a tutti.

 

Questo sì, lo posso fare.

Lasciarmi amare.

Amare dell’amore che ricevo.

Lasciare fluire l’amore di Dio in me.

 

P. Stefano Tamburo, ofm

 

V Domenica di Pasqua


 

Cristo, la vite a cui dobbiamo unirci

 

Il Cristo risorto continua ad essere il centro della nostra celebrazione, oggi con la semplice ma profonda similitudine della "vera vite" alla quale dobbiamo essere uniti per partecipare alla sua vita. È un paragone che esprime molto bene l'importanza di Gesù Cristo per noi.

Anche se non viviamo in campagna e non abbiamo visto molte vigne da vicino, tutti possiamo capire cosa intende Gesù quando afferma che "il tralcio non può portare frutto da solo se non rimane sulla vite: né voi potete, se non rimane in me". Già nell'A.T. questa metafora era usata per designare il popolo d'Israele e le difficoltà che avevano davanti a Dio per la loro sterilità. La poesia di Isaia 5 è famosa: "il mio amico aveva una vigna ..." ora si applica a Gesù e ai suoi discepoli.

 

Se domenica scorsa siamo stati invitati a considerarci "figli" e "pecore dell'ovile di Cristo", questa volta il confronto è più profondo: siamo "rami" uniti al ceppo principale che è Cristo, da cui riceviamo la vita. In questo brano compare sette volte un verbo che a Giovanni piace molto: “rimanere”, lo stesso che usa nel capitolo 6 riferendosi all'Eucaristia. Anche l'espressione “nel mio”, “nella vite” appare sette volte.

 

Se vogliamo avere la vita e portare frutto dobbiamo "restarci". Ci dice chiaramente: "senza di me non possono fare niente". L'unione di Cristo come i tralci alla vite suppone anche quell'aspetto che Gesù ricorda: "mio padre pota il tralcio che porta frutto, perché porti più frutto".

A volte ci lamentiamo del poco “successo” pastorale, familiare, coniugale e lavorativo che hanno i nostri sforzi. Forse è perché non ci prendiamo abbastanza cura della nostra unione "verticale" con Gesù Cristo e con il suo Spirito. Come non indebolirci e diventare una vigna sterile se trascuriamo questa unione?

 

Santa Domenica a tutti.

 

P. Josè Wilton Fernandez Arias, FSA

 

 

IV Domenica di Pasqua



In questa IV domenica di Pasqua, contempliamo l’immagine di Gesù il buon pastore. Notiamo però una particolarità nel testo, che nello scritto originale non parla del buon pastore, ma del pastore bello. Troveremo nel testo greco kalos, e non agathos, che sarebbe la traduzione di buono. 

 

Questo ci aiuta a riflettere e vedere che la bellezza di Gesù è ancora più affascinate rispetto alla bontà. La bellezza è il motore della bontà umana. Cioè, viene prima. 

 

Carissimi, noi amiamo la bellezza, siamo attratti dalla bellezza. Ci sono degli spettacoli della natura che ci lasciano senza parole: il sorgere e tramonto del sole, le montagne, il mare, i fiori… anche nelle persone troviamo le cose belle: la grazia di chi si muove a passi di danza, gli artisti, le persone gentili… Possiamo chiederci: Perché ci attira tutto ciò che è bello? Perché le cose belle sono un riflesso dell'infinita bellezza di Dio. Noi siamo fatti per la bellezza, perché siamo fatti per Dio!

 

Nella nostra vita, ci è capitato di dire o di sentir dire: “Che bella persona!”. Qui non si parla dell’aspetto fisico, ma si fa riferimento al fatto che la persona sia simpatica, educata, servizievole, gentile, rispettosa, una persona bella. Tutti noi desidereremmo che lo si dicesse di noi. Ecco, oggi questo Gesù, il pastore bello ci offre questa possibilità: riconoscendo e seguendo la sua voce, anche noi diventeremo belli, come Lui lo è! 

 

Cosa succede quando Gesù si presenta come il “pastore bello”? i capi dei giudei sono rimasti indignati. Perché? Semplice! Se in un villaggio in cui tutti sono brutti arriva una bella persona questi ultimi che non si rendevano nemmeno conto di essere brutti prendono consapevolezza della loro condizione e così si scatena l’invidia, la rabbia e cercano di far fuori colui che è diverso da loro e che è più attraente. Purtroppo, questo accade anche oggi, nella società, nelle nostre comunità, nella Chiesa… 

 

Ma la bellezza del Pastore viene dal modo in cui lui tratta le sue pecore. Vediamo cosa dice il profeta Ezechiele: Guai ai pastori d'Israele, che pascono sé stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. (Ez 34, 2-5)

 

Ecco di fronte a questa situazione Gesù dirà che le folle erano come pecore senza pastore ma ora è tempo di un pastore bello, che si prenderà cura del gregge, che gli presterà attenzione, che perderà tempo per ascoltarle, che sarà vicino. Un’altra parte significativa del testo d’oggi è che lui dice: “Io sono”, è un’espressione molto importante, perché è l’auto-presentazione di Dio, è il nome con il quale Dio si è presentato a Mosè nell’antico Testamento. E quindi, quando Gesù̀ utilizza questa espressione vuol dire “adesso vi presento il volto di Dio”, il volto di Dio “bello”, un volto da contemplare.

 

Se ora, faccio un piccolo sondaggio qui, quale immagine voi avete di Dio? Cioè, come vedete Dio?

 

Nel 2010 hanno fatto un fatto un sondaggio negli Stati Uniti (Fonte “Il Corriere” - 08/10/2010), e che cosa è risultato?

5%, gli atei;

22%, aveva un’immagine di Dio benevolo, un Dio buono;

67%, aveva un’immagine di Dio brutta, un Dio autoritario, lontano, che non si interessa dei nostri problemi, un Dio giustiziere, che condanna, un Dio che punisce.

 

Purtroppo, questa è l’immagine che tanti hanno di Dio. Le persone, smettono di pregare, di esercitare la fede, di partecipare della vita parrocchiale, non è perché diventano atei, ma perché cambiano di immagine Dio e quindi non trovano più senso nel cammino di fede. E ancor di più, i giovani, gli adolescenti sono i più colpiti. Ma sapete di chi è la colpa? La colpa non è di chi ha cambiato l’immagine…

 

Ritenevo opportuno parlare di questo aspetto, perché oggi Gesù si presenta come “il Pastore, quello bello”, Gesù oggi ci sta dicendo: “contemplate sul mio volto l’immagine bella di Dio”. C’è un Dio che è davvero attraente, amabile, ed è importante vederne la bellezza e sentirsi amati da lui in modo incondizionato.

 

Tutti noi sappiamo, che Gesù ci ama in modo gratuito. La sua bellezza è questa. Perciò lui utilizza l’immagine del “mercenario” o “salariato”, sappiamo che il salariato è colui che non è personalmente coinvolto in modo passionale con la vita del gregge, a lui interessa la paga alla fine della giornata, poi quello che accade alle pecore a lui non interessa, non lo riguarda più.

 

L’amore gratuito è una delle caratteristiche della bellezza di Gesù di Nazareth. E lui propone a tutti noi questa bellezza, la bellezza dell’amore gratuito. Noi istintivamente siamo portati ad agire per interesse, quando facciamo qualcosa, noi pensiamo istintivamente al nostro tornaconto. E qui mi permetto di parlare delle persone che diventano belle, perché vivono l’amore gratuito. Per essere chiaro e vedere quello che accade nella nostra comunità: pensiamo ai parrocchiani che si impegnano nel volontariato, nella pulizia della Chiesa, nei diversi servizi della parrocchia, nella Caritas dove ogni tanto c’è qualcuno che dice: “Be’, se lo fa è perché gli piace... altrimenti non lo farebbe”. Queste persone belle non se la prendono e continuano a lavorare, anche quando non c'è alcun riconoscimento del lavoro che svolgono, forse nemmeno da parte nostra della comunità sacerdotale… ecco, queste persone hanno imparato da Gesù cosa significa amare in modo gratuito. Sono belle veramente.

 

Abbiamo bisogno di entrare in una relazione di amore con Gesù, sicuramente la nostra vita sarà espressione della sua vita, che è amore e solo amore.

 

Per concludere, ricordiamo che la bellezza di Dio viene dalla sua gratuità, ma c’è anche un altro aspetto della sua bellezza, è una bellezza che attira. Il vangelo d’oggi, quasi alla conclusione dice: “Ascolteranno la mia voce, diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10,16), “Ascolteranno la mia voce”, Gesù non impone a nessuno la sua immagine di bellezza, perché la bellezza è attraente di per se, lui si presenta come “pastore bello”, non ha bisogno di alzare la voce o di minacciare, è la sua persona che deve parlare.

 

Quindi, vi auguro questa esperienza bella con Gesù. È lui che si presenta, come il pastore bello, che si prende cura della nostra vita, che ci ama gratuitamente, che ci parla dolcemente al cuore.

 

P. Jarbson Batista Silva Araujo, FSA

 

 

III Domenica di Pasqua

Atti 3,13-15.17-19 / 1Gv 2,1-5 / Lc 24,35-48
Una nuova prospettiva

 

 

Ci assomigliano, i due di Emmaus.

Nel loro incedere affaticato, scoraggiato. Nel loro sentirsi vittime di un destino cinico e baro. Nelle rimostranze che, in fondo, vorrebbero rivolgere a Dio e alla sua perenne distrazione. Non si vede quanto siamo tristi? E sfiniti da questa pandemia? Da queste regole? Dio non vede e non se ne cura? Cammina accanto a noi, invece, il risorto, anche se non lo riconosciamo. E chiede come stiamo, come va.

Non si vede abbastanza dalle nostre facce?

Vorrei assomigliare un po’, ai discepoli di Emmaus. Il loro incontro col risorto è stato segnato da quella frase sconcertante: noi speravamo. La speranza declinata al passato. Poi lo scossone di quel forestiero che, no, non sapeva cosa era accaduto a Gerusalemme, anche se parlavano della sua morte. E che li aveva amabilmente presi in giro e catechizzati. Poi, allo spezzare del pane, tutto era diventato evidente, appena prima che egli sparisse.

Parlano in fretta, ora, i due tardoni (bradicardici li ammonisce Gesù, lenti di cuore). Si sovrappongono, esagitati, scossi dall’incontro col pellegrino. Bevono le loro parole, i pavidi apostoli. Ascoltano e confermano le tante notizie. Ora sono due maschi a parlarne, non le donne che, si sa, sono sempre emotivamente instabili. E mentre parlano arriva. Lui, il risorto. Il presente. Il Signore. Quando raccontiamo agli altri la nostra esperienza di fede, quando l’incontro con Dio trasuda dalle nostre parole, Gesù si manifesta nel cuore di chi ci ascolta.

È così, la fede, un comunicare da bocca a orecchio. Da cuore a cuore.

 

Paura

Ma hanno paura. Troppa per credere.

Paura che sia un’illusione, una finta, un trucco, un inganno. E i dubbi, pronti, sono lì a battere cassa, a fare l’elenco dell’improbabilità di quanto successo. I nostri dubbi.

Hanno paura di credere, di osare, i discepoli. È troppo bello per essere vero. Una pia illusione inventata da qualcuno come anestetico a questa vita immensamente crudele. Oppio dei popoli, droga per i poveri.

È un fantasma. Evanescente. Un ricordo. Un’allucinazione. Un ectoplasma.

Così, troppo spesso, ancora oggi, proprio in questi tempi difficili, pensiamo che sia Gesù: un bravo tipo perso nei fumi sacri della Storia. Un fantasma, appunto.

Gesù, come con Tommaso, insiste, osa, scuote, obbliga, invita alla concretezza, ad alzare lo sguardo. Guardate, toccate, vedete. Ed è un po’ di pesce arrostito condiviso a convincerli. Un gesto di assoluta concretezza. Solo nei colori, nei suoni, negli odori, nei ricordi, possiamo riconoscere il Risorto.

È concreta la fede. Fatta di sudore e sangue. Di alti e bassi. Di crisi e di rinascita. Di dubbi abissali e di slanci. Non può essere diversamente. È così, la fede.

 

I doni

Ci riempie di doni, il Signore.

La pace, anzitutto. Quella che ci deriva dalla certezza di essere amati. La pace che non è un’irrealistica utopia di un mondo che, invece di andare verso l’unità, sembra esplodere nell’odio e nella violenza.

La pace che sembra essere manifestazione di debolezza in una pandemia che ha esacerbato i toni, ampliato le divisioni, manifestato le furberie e gli inganni, portato alla luce la tenebra che ci abita.

Il cristiano è pacifista perché pacificato, perché, in Cristo risorto, sa che nessuna croce è definitiva. La pace, che non esclude momenti di sconforto, di dubbio, di rabbia, è un dono che va accolto e conquistato. Il primo dono ai credenti.

Dimorare nella pace significa mettere Cristo al centro, prenderlo come punto di riferimento definitivo e vincolante. Amare. Vivere da risorti. La resurrezione non è qualcosa che ci capiterà un giorno, se facciamo i bravi. Ma la condizione in cui siamo posti da ora, se credenti.

 

Una mente spalancata

Per poter vivere da persone riconciliate col mondo e con gli altri, con noi stessi e col nostro passato, siamo chiamati a interpretare e leggere la nostra vita alla luce della resurrezione.

Difficile, ovvio.

Mi consola il fatto che gli apostoli, prima di noi, abbiano dubitato, come me. Eppure quella è la strada, l’unica percorribile, l’unica vera.

Il mondo da sempre è divorato dalla violenza e dall’egoismo e l’uomo, nonostante le periodiche e illusorie prospettive che vedono in esso una bontà naturale nei fatti indimostrabile, è segnato dall’ombra del peccato e della morte.

Eppure siamo salvati e redenti. Risorti con Cristo, cerchiamo le cose di lassù, dove è seduto il Cristo.

Lo Spirito, dono del risorto, ci permette, attraverso la meditazione della Scrittura, di leggere la nostra vita ad un livello più profondo e autentico. Ed è quello che stiamo facendo qui, ora.

Solo alla luce del risorto possiamo gettare leggere la Storia dalla prospettiva di Dio. Una gran bella prospettiva.

Alziamo lo sguardo, ancora.

Non siamo soli.

P. Stefano Tamburo, ofm

 

 

II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia

La parola di Dio in questa domenica della Misericordia ci presenta la dimensione comunitaria della resurrezione: “Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore” (At 4,32-35) Un cuor solo e un’anima sola, fino a condividere i beni che possiedono. Questa è la comunità cristiana nata dalla Resurrezione di Gesù. Una fraternità che diventa testimonianza viva e fonte di simpatia tra la gente. Ma tutto è possibile se c'è il respiro del Risorto, il soffio del Signore, quel soffio che è lo Spirito del Signore che può segnare l’unica continuità possibile con il Signore che non c’è più. Quello Spirito che è il grande fondamento della vita comunitaria: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (Gv. 20, 19-31)

La fraternità, lo Spirito di Famiglia sarà il nuovo comandamento della comunità nata dalla Resurrezione del Signore. Un nuovo stile di vita che caratterizzerà la genuinità della sua fede e la renderà credibile e autentica. Rimanendo in comunità è possibile fare l’esperienza del dono pasquale più potente per l’umanità: La Misericordia. “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!” (Gv, 20, 19ss) Il Risorto ci invita alla fiducia in Lui e tra di noi; fiducia che il bene sempre trionferà sulle ombre delle tenebre, dello spirito del male; fiducia che qualsiasi sia la situazione che dobbiamo affrontare, tutto può essere superato con la misericordia che sgorga del cuore di Cristo.

Celebriamo insieme la misericordia del Signore, perché è grande e sublime. Celebriamola con la nostra conversione al bene, con la decisione di camminare da risorti tra noi; celebriamola essendo uomini e donne di speranza.

 

 

P. Juan Carlos Silva Yacila, FSA

 
Domenica di Resurrezione
At 10,34.37-43/Col 3,1-4/Gv 20,1-9
 
Correndo
 

Maria di Migdal si reca al sepolcro che è ancora buio. La città non si è ancora svegliata. E lei non vuole incontrare nessuno. Giovanni, diversamente dai sinottici. non ci parla di altre donne presenti. né dell’intenzione di pulire il cadavere del Maestro sepolto in fretta e furia. Forse Maria vuole solo piangere da sola davanti alla fine di tutto.

È ancora buio, come questa nostra seconda Pasqua di pandemia. Ma, almeno, la pietra della solitudine è stata ribaltata: distanziati, stanchi, fragili, abbiamo. però, potuto celebrare il Triduo e la fiamma del cero pasquale è stata accesa durante questa notte di veglia per squarciare le nostre profonde tenebre. Corre, ora, Maria. va da Pietro.

Hanno portalo via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove 1'hanno posto!

Anche per noi è così: fatichiamo a trovare il Signore, ad avere speranza, a guardare oltre. La paura ha fatto spazio al coraggio e il coraggio all'illusione. Ora attendiamo senza sapere bene cosa e anche la fede risente di questo logorio senza fine.

Dove sei, Signore? Dove? Forse anche noi stiamo ancora cercando un crocifisso.

È tempo di cambiare. Tempo di accelerare il nostro passo.

Corse

Corrono anche loro, ora. Corrono mentre il sole accarezza le bianche pietre di Gerusalemme. Calpestano i vicoli che cominciano a rianimarsi dopo la grande festa di Pesah. La paura che li ha spinti a nascondersi come dei topi si è liquefatta. Lo stupore per quella notizia inattesa li ha spinti a correre. E ancora corrono finché escono dalla porta della città che conduce verso Giaffa. Alla loro destra, lugubre, il calvario con i segni del sangue rappreso dei crocefissi. Atroce vendemmia dell’odio e della violenza.

Arrivano al sepolcro scavato nella roccia, ultimo prezioso dono fatto da Giuseppe d'Arimatea. La pesante pietra che ne bloccava l'accesso, per impedire agli animali selvatici di fare scempio dei cadaveri, è ribaltata. Si fermano. ora, i due discepoli. Riprendono fiato. Guardano senza entrare.

È risorto!

Non è statica la fede, non impaludata, non inchiodata. È una corsa a perdifiato per andare a verificare. Anche ora, proprio ora che tutto sembra più faticoso e difficile. Per misurare la verità delle parole che altri testimoni ci hanno comunicato. Una donna, in questo caso. Maria di Migdal, l’apostola degli apostoli. Quando qualcuno ci racconta di avere incontrato un Dio che gli ha ribaltato la vita si corre. Eccome se si corre. L’amore mette le ali e fa volare. Lasciando alle nostre spalle tutte le paure e le incongruenze, i limiti e i peccati.

Ancora non sanno. Ancora non immaginano. Solo la notizia di un’assenza. Spiegabile in mille ragionevolissimi modi. Un furto da parte del Sinedrio. Un furto da parte degli avversari. O qualche discepolo esaltato. Spiegazioni plausibili. Tutte. Meno una.

La più assurda: Gesù è risorto, come aveva detto. Non rianimato. Risorto. Non come Lazzaro, ma in una nuova dimensione a noi totalmente sconosciuta. È vivo.

Nessun segno

Corrono, e prima arriva il discepolo che Gesù ama, tradizionalmente identificato con l’evangelista Giovanni. È più giovane, certo, ma è anche un modo delicato per dire che l’amore corre e arriva sempre prima. Che l’amore si fida e crede. Prima di Pietro, dell'autorità, della Chiesa, del ministero, dell’istituzione. C'è sempre questo duplice aspetto nella vita di fede: intuizione e istituzione, carisma e magistero, Giovanni e Pietro.

Ma è l’amore che precede. Nessuno si converte al risorto sul ragionamento o sull'abitudine. È anarchico l’amore, creativo, intuisce, arriva subito alla conclusione. Corre.

Ma, è questo è bellissimo. Giovanni si ferma e lascia passare Pietro. Lo rispetta. Sa che entrambe le dimensioni sono essenziali. Il carisma brucia, l’esperienza pondera. L'amore è folle, la prudenza lo incarna.

Segni

Piccoli segni. Il lenzuolo, le bende. il sudario. Alcuni azzardano una descrizione anomala, come se il lenzuolo si fosse svuotato. Possibile. Ma sono segni poveri quelli che indicano la verità della resurrezione. Nessun segno eclatante. porte ribaltate. Esplosioni atomiche, luci abbaglianti.

Niente.

 

Perché la resurrezione è così: spinge a credere. Ma senza obbligate. Anche noi. se vogliamo, possiamo imitare Giovanni. Vedere e credere. Non vedere il risorto, ma i segni della sua assenza.

Così inizia il nostro cammino di Pasqua. Così, pur restando nel deserto della pandemia, lo facciamo fiorire, diventa il luogo dell’innamoramento, non del vagare.

Cinquanta giorni, dieci in più della quaresima!, per convertirci alla gioia.

Per passare dalla visione crocefissa della fede ad una luminosa e gioiosa.

Da una fede dolente e spenta, rassegnata e claudicante, ad una forte e piena di gioia.

Non è evidente e se ne accorgeranno i discepoli. Ma questa è un’altra storia...

 

P. Stefano Tamburo, ofm

 

 

 

Domenica delle Palme

È tempo

È arrivata, l’ora. È tempo. Sarà innalzato da terra, sospeso, osteso.

Così Dio mostrerà quanto ha amato il mondo. Così scopriremo di essere amati. Fino a che punto. Senza poterne più dubitare.

Quanto amore donato in trent’anni! Quanta passione nella sua predicazione. Quanto bene condiviso! Quante parole rimaste! Quante paure sciolte! Ma è tempo.

Guarda a ovest, il Signore, alle spalle, sulla cima della collina, Betfage si sveglia dal sonno notturno. Sospira, chiude gli occhi, prega. Chiede forza. Più forza. È tempo.

Scende dal Monte degli Ulivi con i suoi. La strada è ripida e Gerusalemme, la santa, la sposa, mostra tutto il suo splendore. Arrivano al Cedron, ora. Alle loro destra il frantoio dell’orto dei genitori di Giovanni Marco, luogo in cui volentieri Gesù si ritira in preghiera.

La gente nei campi lo riconosce, si avvicinano, festanti. Ride, il rabbì, divertito. I bambini gli corrono avanti gridando e agitando i rami d’ulivo appena potati. Osanna al figlio di Davide!, grida qualcuno. Osanna! Ripetono altri. La festa cresce mentre salgono verso la porta Aurea.

Eccoti, Maestro. Eccoti.

Non prendi possesso della città cavalcando un bianco destriero preceduto da stendardi. Un re da burla, che si prende poco sul serio, che prende in giro le nostre aspirazioni di gloria, che rimette al loro posto i nostri titoli e le nostre onorificenze, i nostri successi e le nostre ossessioni.

Osanna a te mio bene, mio cuore, mio re.

Osanna a te che stai andando a consegnarti alla morte per salvarmi.

Osanna Maestro che mi insegni a vivere.

Osanna.

 

La grande settimana

Leggeremo il brano della passione di Marco, questa domenica.

Un po’ mi spiace perché significa che gran parte del popolo cristiano si perderà il Triduo pasquale. Arriveranno domenica prossima per prendere Pasqua, quelli che supereranno la paura di questa lunghissima quaresima. Un po’ come essere invitati ad un banchetto nuziale e degustare aperitivo… e digestivo.

La Chiesa, invece, rallenta il passo in questi giorni.

Sincronizza il proprio orologio con le ultime ore di Gesù. Così, in questa settimana, mentre andiamo al lavoro potremo pensare allo stato d’animo di Cristo, fare nostri i suoi sentimenti, come direbbe san Paolo. Emozioni, scelte, scoraggiamento, fede… come ci sentiremmo noi in una settimana così cruciale. La settimana in cui tutto si evolve e si conclude, in cui tutto si riassume, in cui tutto fiorisce e cresce.

La settimana in cui Dio muore per amore.

Siateci, se potete. Organizzate il tempo per esserci, per celebrare con quel che resta della comunità, per pregare insieme. Giovedì e quella cena, prima di una lunga serie, in cui Gesù si fa pane. Quella notte di lunga preghiera nel Getsemani e noi, defilati, a pregare con lui. Quel venerdì mattina drammatico in cui Gesù viene appeso. Quello straziante pomeriggio di disperazione dei discepoli. E il sabato, la lunga notte di attesa, la quiete prima della tempesta. Poi la veglia pasquale, la notte insonne, la notizia.

 

Marco

Ascolteremo comunque la lettura della Passione.

Provate a sedervi ed ascoltare. Con attenzione. Anzi, oso. Riprendete in mano il testo quando arrivate a casa. Leggete con calma, rappresentate la scena, individuate i dettagli.

E riconoscetevi.

Non leggiamo la Passio per emozionarci, così abituati alla morte che ci giunge ogni giorno mentre ceniamo, che vediamo nei nostri film truculenti. Lo facciamo per riconoscerci, perché ci siamo.

Siamo con i discepoli, attoniti e spaesati, vigliacchi e pavidi, incapaci. Eppure scelti dal Maestro per fare con lui esperienza di morte e resurrezione. Il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, la fuga degli altri, il goffo tentativo di usare la violenza per difenderlo. Incapaci, inadeguati, inetti, idioti.

Come me. Come noi. Fragili discepoli, marinai inesperti nel condurre la barca della Chiesa. Eppure voluti dal Signore per essere testimoni.

Non i migliori, non gli eroi, ma proprio i meno adatti Dio sceglie per manifestare appieno la sua potenza.

Siamo come la folla che un giorno grida osanna e l’altro grida crocifiggilo! ondivaghi e manipolabili. O come il Sinedrio che vuole solo far fuori Gesù che potrebbe incrinare il fragile equilibrio finalmente raggiunto con Roma, niente di troppo personale, quindi.

O come Pilato, irritato da quel popolo riottoso e incomprensibile, da quelle beghe teologiche assurde e inutili. Giustiziere per conto dell’aquila romana, dio in terra capace di determinare chi deve vivere e chi morire.

O come i soldati, gli aguzzini, quasi tutti samaritani, ben contenti di sfogare il loro istinto bestiale sugli inermi e odiati giudei.

O come le donne affrante sotto la croce.

O come Giuseppe di Arimatea, che ha da offrire al suo Maestro solo una tomba gelida.

 

Poi però

Alzate lo sguardo a colui che è stato innalzato.

Che muore come ha chiesto a noi di vivere.

Che ama, straziato, donando tutto di sé.

Che svela Dio.

E questo illumina ogni dolore, ogni paura, ogni stanchezza.

 

Siateci, amici.

Perché ci siamo già tutti in quel racconto.

 

 

 

P. Stefano Tamburo, ofm

 

 

 

V Domenica di Quaresima

L’insegnamento più profondo che Gesù ci da’ nel Vangelo di questa domenica è tratto dalla vita dei campi. Il Vangelo è pieno di parabole, immagini e spunti tratti dall’agricoltura che era a suo tempo la professione che occupava il maggior numero di persone. Egli parla del seminatore, del lavoro, dei campi, della mietitura, del grano, vino, olio, del fico, della vigna, della vendemmia e di tutto.

L’immagine del chicco di grano gli serve per trasmetterci un sublime insegnamento che getta luce, prima di tutto sulla vicenda personale e poi anche su quella dei suoi discepoli. Il chicco di grano è, dunque, anzitutto lui stesso, Gesù. Come chicco di grano, Egli è caduto in terra nella sua passione e morte, è rispuntato e ha portato frutto con la sua risurrezione.

 

Il molto frutto che Egli ha portato è la Chiesa che è nata dalla sua morte, il suo Corpo Mistico. Noi formiamo con Cristo, grazie al battesimo, una sola spiga.

 

Il pane che consacriamo sull’altare e che riceviamo nell’Eucaristia viene tutto da quel chicco di grano caduto in terra che è Gesù.

 

Ma la storia del piccolo chicco di grano aiuta anche a capire noi stessi e il senso della nostra esistenza. Gesù ce lo spiega quando dopo aver parlato del chicco di grano aggiunge: “Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserva per la vita eterna.” Cadere in terra e morire, non è dunque solo la via per portare frutto, ma anche per “salvare la propria vita”, cioè per continuare a vivere.

 

Se l’uomo non passa anche lui attraverso la trasformazione che viene dalla fede e dal battesimo, se non accetta la croce, ma rimane attaccato al suo naturale modo di essere e al suo egoismo, tutto finirà con lui, la sua vita va ad esaurimento.

 

Se invece crede e accetta la croce in unione con Cristo, allora gli si apre davanti l’orizzonte dell’eternità. Il Vangelo constatiamo sempre che è vicinissimo alla nostra vita e ci aiuta ad incarnare i valori più alti della nostra umanità e spiritualità. Alla fine, questi chicchi di grano che cadano in terra e muoiono, saremo noi stessi i nostri corpi affidati alla terra. Ma la parola di Gesù ci ha assicurato oggi che anche per noi ci sarà una nuova primavera.

 

Risorgeremo da morte come il meraviglioso grano in erba e alla fine per non morire più.

 

 

P. Massimo Cocci, ofm

 

IV Domenica di Quaresima

Nelle prime tre domeniche di Quaresima il vangelo ci ha indicato luoghi precisi: il deserto, il monte, il tempio. In essi Gesù ha compiuto passi importanti della sua missione, della catechesi ai discepoli, della manifestazione della sua relazione intima e profonda col Padre.


Oggi, la quarta domenica di quaresima, ci viene indicato un tempo e non più uno spazio:”la notte” Se prendiamo l’inizio del brano d’oggi troviamo che Nicodemo va a trovare Gesù di notte e fa delle domande, Gesù gli risponde. Una delle risposte è quella che leggiamo nel vangelo di oggi.

 

Perché la notte è importante? Madre Teresa di Calcutta confidò a una sua consorella:”Accade spesso a coloro che trascorrono il proprio tempo a dare luce agli altri di rimanere loro stessi nel buio.” Nicodemo come rabbino certamente ha illuminato la vita di tanti, ma in qualche aspetto della sua vita personale, viveva nel buio. Il buio fa parte anche della vita di chi vive la fede. Il segreto è, avere lo stesso atteggiamento di Nicodemo: Cercare il Signore.

 

Chi è Nicodemo? è un rabbino, appartiene alla cerchia dei farisei, gente dall'osservanza rigorosa della Torah: è un capo dei giudei ed un maestro di Israele.

Va da Gesù perché è rimasto colpito dal gesto provocatorio compiuto nel tempio e lui vuole capire meglio quale messaggio Gesù voleva dare con quel gesto. La riposta di Gesù a Nicodemo richiama un episodio che è accaduto durante l'esodo e che ci viene riferito nel libro dei numeri: durante la traversata del deserto gli israeliti si sono imbattuti in serpenti velenosi. Gesù spiega questo richiamo all'episodio accaduto nel deserto e dice che bisogna che sia innalzato il figlio dell'uomo, così diventa chiaro il significato di questo innalzamento: il riferimento è alla croce.

L'immagine dei serpenti è molto significativa perché in queste proposte di vita avvelenata ci imbattiamo tutti nel nostro esodo di questo mondo: ci sono dei serpenti fuori di noi che ci tendono insidie, che ci rovinano la vita. Ma poi ci sono dei veleni, dei serpenti dentro di noi: La frenesia del potere, la smania di apparire, le invidie, le gelosie, i rancori.... tutti questi sono dei serpenti che ci avvelenano da dentro.

Chi ci cura da questi serpenti? è il figlio dell'uomo innalzato, è lo sguardo fisso su di lui che è l'uomo, semplice, umile, che si è donato per ognuno di noi.

Pertanto, l’immagine della Croce, del Crocifisso innalzato, viene per noi oggi come il simbolo di guarigione dei veleni che abbiamo. Solo l’amore della Croce può vincere questi mali. Ciò che celebreremmo nel Venerdì Santo, non è la morte di un uomo, ma Gesù che viene innalzato per salvarci dai mali che ci affliggono.

Ecco il grande segreto di Dio: “Dio ha tanto amato il mondo da donare suo Figlio”. E' Gesù che ci salva, che ci libera e che ci illumina nei tempi bui della nostra vita.

 

Perciò, in questi tempi difficili: “Guardate il Crocifisso. Egli sarà la forza, la vostra guida e il vostro coraggio.” (Beata Rosa Gattorno)

Che Gesù innalzato sulla Croce, sia segno di salvezza per tutti noi!

 

 

P. Jarbson Batista Silva Araujo, FSA

 

 

III Domenica di Quaresima

Durante le domeniche di Quaresima, le letture ci offrono spunti di riflessione. L'alleanza che Dio ha più volte suggellato con Noè e con Abramo, così oggi arriviamo a quella che è considerata la più importante dell'Antico Testamento, l'alleanza che Dio ha fatto con il suo popolo, attraverso la mediazione di Mosè sul monte Sinai. Vediamo così tutta la storia della salvezza nella chiave dell'alleanza tra Dio e l'umanità, nel Vangelo contempliamo l'ascesa a Gerusalemme di Gesù verso la sua morte e la sua glorificazione con l'immagine del tempio distrutto e ricostruito in tre giorni.

 

Nella prima lettura vediamo, con i comandamenti della prima alleanza ancora validi, che Dio ci ha diretti una volta per tutte, in modo che vivessimo secondo le sue vie. I primi comandamenti ci fanno guardare a Dio: "non avrai altro Dio fuori di me", la tentazione che abbiamo tutti è quella di creare degli "idoli" più di nostro gradimento e adorarli. Forse ora non saranno idoli sotto forma di statue, ma tutti noi possiamo cadere nell'adorazione del denaro, del prestigio, del piacere, del potere e delle cose materiali, sostituendo così Dio.

 

Possiamo dire con umiltà e gioia, come il salmista: "Tu hai parole di vita eterna ... la legge del Signore è perfetta ed è riposo per l'anima ... i comandi del Signore sono giusti e rallegrano il cuore" Sarebbe molto meglio per noi, come persone e come umanità, se dessimo ascolto a quelle parole di vita che Dio ha dato a tutti attraverso Mosè e il suo popolo.

 

Nel Vangelo vediamo un Gesù che vuole che il tempio sia la “casa di Dio” e non sia corrotto da interessi personali, soprattutto economici. Non sappiamo dopo questo episodio se i costumi del tempio siano cambiati, oppure è stato solo un gesto simbolico di Gesù. È una lezione che continua ad essere valida per la Chiesa di tutti i tempi, perché siamo sempre tentati a guidare l'adorazione in Dio a nostro vantaggio. La vera adorazione non è l'offerta di cose materiali, ma l'offerta di noi stessi. Come l'offerta di Cristo sulla Croce, portò l'adorazione dell'umanità a Dio nella sua pienezza.

 

Con umiltà chiediamo allo Spirito Santo di aiutarci a ricordare e a crescere, che la fede ci conduca a soddisfare le norme di vita che Dio ci ha dato nei comandamenti. E così continueremo ad incentrare la nostra vita su Gesù Cristo che ha dato la sua vita per noi, per questo ci invita ad una vita più esigente di conversione in questo tempo forte di Quaresima.

Buona domenica a tutti.

 

P. Jose wilton fernandez Arias, FSA

 

II Domenica di Quaresima

La seconda domenica di Quaresima, conduce il credente ad operare il passaggio dal deserto della tentazione al monte della Trasfigurazione, cioè ad una vita che si trasforma nella presenza della luce di Cristo; trasformazione che esige dunque, che il credente diventi sempre più cosciente che in quella vita in cui cerca pienezza di senso e di gioia, troverà anche la privazione, il distacco, la perdita, la morte e la fine della vita per poi essere trasfigurato in Cristo, trasformazione che suggerisce il passaggio dall’esteriorità all’interiorità.

 

Questo cammino di crescita, di luce, di trasformazione in Lui deve essere sigillato con la solitudine e il silenzio per non perdere la qualità dell’esperienza spirituale e delle relazioni, l’intensità e la profondità dei vissuti. La solitudine e il silenzio consentono così al credente di entrare nella conoscenza di Gesù e di partecipare alla luce che il suo volto emana e che può illuminare il nostro cammino costellato di difficoltà e di contraddizioni.

 

La Trasfigurazione comincia con la solitudine (stare in disparte, loro soli in alta montagna) e finisce con il silenzio (“ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto”).

 

Che questa seconda settimana possiamo noi custodire le cose di Dio con la solitudine e il silenzio.

 

P. Juan Carlos Silva Yacila, FSA

 

 

 

I Domenica di Quaresima

 

Il vangelo odierno inizia con queste parole: “in quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni.” Questa frase contiene un appello importante all’inizio del nostro cammino quaresimale.

 

Gesù ha appena ricevuto, nel giordano, la missione di portare la Buona Novella ai poveri, sanare i cuori affranti e predicare il Regno. Ma non si affretta a fare nessuna di queste cose. Al contrario, obbedendo all’impulso dello Spirito Santo, si ritira per quaranta giorni nel deserto, digiunando, pregando, meditando e lottando. Tutto questo in profonda solitudine e silenzio.

 

Questo invito a seguire Gesù nel deserto, in forma diversa, è rivolto a ciascuno di noi. Trascorre un tempo di deserto significa fare un po' di vuoto e di silenzio intorno a noi, ritrovare la via del nostro cuore, sottrarci al chiasso e alle sollecitazioni esterne, per entrare in contatto con il lato più profondo di noi stessi.

 

La quaresima è l’occasione che la Chiesa offre a tutti per fare un tempo di deserto nell’ambiente stesso in cui viviamo ed è una specie di cura di disintossicazione dell’anima. Abbiamo bisogno di fare digiuno di tante cose superflue, inutili che ci appesantiscono e non ci aiutano a vivere liberi ed in pace.

 

Che lo Spirito che “condusse Gesù nel deserto”,  conduca anche noi, ci assista contro il male e ci aiuti a condurre una vita semplice, autentica e ricca di amore.

 

P. MASSIMO COCCI, ofm

 

 

 

 

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